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Interviste

Intervista a Santo Trafficante

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Pubblicato lo scorso ottobre da Time2Rap, “Sicario su Commissione” è il nuovo album del rapper italo tedesco Santo Trafficante.

Santo è uno dei più longevi rappresentanti del filone hardcore/gangsta rap, attivo da fine Anni ’90 con decine tra album, EP, mixtape e singoli, dove ha collaborato con nomi rappresentativi della scena come Guè Pequeno, Noyz Narcos, Bassi Maestro, Gionni Gioielli, Inoki, Marracash e molti altri. Numerosi ospiti arricchiscono la tracklist, in primis Metal Carter molto vicino al mondo di Trafficante, i romani Fetz Darko, Lord Madness e Suarez, ma anche Akran ed Egreen.

Un onore per noi di ClubHipHop aver potuto intervistare una pietra miliare come Santo che ci ha fatto veramente piacere ospitare sul nostro portale.

Sicario su commissione è un titolo molto forte ma ben si collega a una chiave di lettura possibile del lavoro: uccidere per denaro come conseguenza estrema della follia e dell’egoismo accentuato dal capitalismo. Siamo davvero disposti a tutto pur di guadagnare e fare un’escalation sociale?

Io credo sinceramente di sì. L’attuale modello sociale ci impone proprio la scalata (verso dove?) a tutti i costi – e se non ci riesci è solo colpa tua. Si tratta di una semplificazione estrema della realtà. Questo sistema post-capitalistico in cui ci troviamo tutti, alla fine potrà portare solo al suicidio della società. Non vedo altre vie d’uscite logiche da questo meccanismo, da questa gabbia d’acciaio. Fino a che punto possiamo spingere l’egoismo individuale? Fino a dove può arrivare l’accumulazione morbosa di denaro senza fine? Fino a che punto si possono sfruttare le persone e la natura? Non ho delle risposte definitive a queste domande e pure io stesso sono parte dell’ingranaggio, ma cerco comunque di far riflettere l’ascoltatore attraverso una terapia “shock”. Che cosa succederebbe se il denaro prevalesse su tutto? Ecco dove si posiziona “Sicario su Commissione”. Una sorta di visione distopica contemporanea.
Quello che emerge nella mia musica, grazie a Dio non è che una piccola parte della mia vita quotidiana. In effetti la mia musica rappresenta una sorta di auto-terapia con cui getto fuori tutta la rabbia e i sentimenti negativi. So benissimo che la vita violenta e di strada portano solo alla disfacimento di tutto quello che si è e si ama. Ho visto con i miei occhi quello che succede alle persone: bara, galera, droga, distruzione. Non c’è nulla di bello in quello stile di vita.

Il disco si apre con Grazie Gesù, ironico brano che prende di mira la religione e che riflette sul dover pagare dazio quotidianamente. Che rapporto hai con la religione? Come mai hai deciso di inserire questo come primo brano nella tracklist?

Anche se “Grazie Gesù” potrebbe apparire come attacco alla religione, in realtà si tratta a tutti gli effetti di una canzone “spirituale”, intesa nel modo più distorto. E’ una testimonianza sincera, per quanto malsana. Mi spiego: affronto il fatto di ringraziare Gesù con la mentalità di strada. Ringrazio per delle cose sensate, ma anche per delle cose pessime (pistole, lame…), che di per sé è un controsenso nello spirito religioso. Ma vorrei sottolineare che fuori, nel mondo, è effettivamente una realtà questo modo di pensare e di agire. E’ come trovare una giustificazione o benedizione per il male che si commette.

La canzone si può leggere anche come orgoglioso e moderno statement del fatto che si è spirituali e/o credenti: credo in Gesù Cristo, faccio i soldi e sono armato fino ai denti. Mi contrappongo alla credenza o alla moda del momento, che mette il credente al livello di un perdente o ingenuo. Un altro modo per esprimere il proprio essere spirituale in controtendenza con i tempi.

Ma allo stesso tempo, ad un livello più profondo, è anche un ringraziamento, per tutto quello che abbiamo. Questo mi rispecchia profondamente nel mio modo di affrontare la vita: anche tra me e me ringrazio Dio per il sole che splende, per la famiglia che ho accanto e per il fatto di essere libero e in salute. E’ un modo di affrontare la vita in modo più leggero e comunque positivo. Spero che questo aspetto faccia riflettere le persone.

Ho inserito questa traccia all’inizio per una scelta precisa, ma anche su consiglio di Metal Carter. E’ un brano musicalmente fresco e contemporaneo, e al contempo è pure una buona introduzione a quello che segue. Dal punto di vista musicale, degli strumenti e delle sonorità, è un po’ fuori dagli schemi rispetto al resto e conferisci al tutto “dimensionalità”.

Il pessimismo è tangente, emerge quasi un punto di vista nichilista ma in alcuni brani come Love you e Sono troviamo una maggiore speranza, anche dettata dalla scelta musicale più ariosa. Come stanno insieme questi due aspetti?

Come nella vita e nell’anima umana, anche nella musica cerco di affrontare gli estremi e i contrasti – e di farli convivere. Credo che ognuno di noi viva dei conflitti interiori di tipo morale ed etico. Io provo ad analizzarli e soprattutto gettarli su tracce musicali in forma di rap. Come già precedentemente accennato, la mia musica assorbe in qualche modo tutto il negativo, tutto il pessimismo che posso serbare dentro di me. Credo pure grazie al rap, a questo sfogo, nella vita quotidiana sono una persona effettivamente molto ottimista e con valori solidissimi e una ricca vita spirituale interiore.

“Love you” è il contrario di quello che il titolo effettivamente racconta. La strumentale, che ho prodotto io, ha un feeling molto soul anni ’70 e leggiadro, con una batteria veramente soffice e morbida. Però in contrasto ci sono io, che sputo solo odio puro. Scrivendo la canzone stavo proprio pensando ad una persona che avrei voluto uccidere – era questo lo stato d’animo del momento.

La traccia “Sono” invece ha un approccio a tutti gli effetti conscious. Ho voluto creare un’immagine positiva, ma anche melanconica, che mettesse l’ascoltatore nello stato di sentirsi parte del tutto attorno a noi. Come dire: non siamo solo individui isolati, come ci vorrebbero far credere soprattutto oggi, ma al contrario siamo parte di una comunità umana e contemporaneamente integrati nella natura. Siamo individui in un contesto storico, con un passato, presente e futuro. Alla fine questa canzone è un grande esercizio di empatia e mostra la volontà di allargare lo sguardo e comprendere veramente il prossimo: “Sono la verità del bugiardo, sono il sanpietrino sotto l’asfalto…”. Ma non nego che ha pure qualcosa di mistico, di inspiegabile, qualcosa a cui non voglio e non posso neanche dare una risposta. Questo strato di mistero è una parte fondamentale della canzone.
Proprio per spezzare il mio racconto su “Sono”, ho inserito sul ritornello il rapper Akran di Bologna, che saluto. Ha scritto qualcosa che si abbina perfettamente sia al beat che alla mia parola – parzialmente anche contrastandola. E per rendere il tutto ancora più completo, sulla parte che chiude il brano Maurizio Leoni ha suonato il sax, come una sorta di voce senza parole che chiude il racconto.  

Un altro brano dai contenuti attuali e crudi è Endless in cui racconti un episodio di femminicidio. Come ti sei approcciato di fronte a questo tema?

Più che raccontare un episodio di femminicidio, utilizzo questo termine scandaloso per spiegare che “fine fanno” i miei concorrenti al microfono: “Trapper in trappola rido, mentre li uccido, una puttana che rappa: femminicidio”. Come dire, se da un lato “uccido” i trapper “maschi”, dall’altro non mi fermo neanche davanti ad una “femmina” – chiaramente sempre nel contesto dello scontro verbale nella musica rap. Questo potrà sembrare qualcosa di strano e apparentemente violento, ma è la normalità nel Rap dagli albori negli anni ’80. L’avversario nel Rap va sconfitto – liricamente, tecnicamente e verbalmente.

Sei tra i rapper più longevi del panorama italiano, che opinione hai della scena attuale e in particolare quella della tua città?

Dal punto di vista dei numeri sono molto contento di come si è sviluppata la scena rap. La musica rap si è affermata definitivamente nel mainstream e inoltre ci sono migliaia di ragazzi che si dedicano a fare il loro con le rime o il beatmaking. Pure grazie al nostro lavoro e la nostra dedizione, abbiamo raggiunto un ottimo livello nel music business: in tanti si guadagnano da vivere con il rap, il che è solo positivo. Ovviamente ci sono pure tanti squali e arrivisti che cercano di infiltrarsi, ma questo probabilmente è parte del gioco.

Da un punto di vista qualitativo, non posso non notare l’appiattimento creativo e culturale rispetto a qualche anno fa. Nonostante tutte le possibilità, i mezzi a disposizione e le idee che fornisce il web, vedo comunque un’omogeneizzazione nei trend e negli stili. Paradossalmente con meno, di solito si riesce a fare di più. L’aver a disposizione tutto, spesso limita l’immaginazione dei giovani.

E devo pure dire che sono cambiate le motivazioni per fare musica. Io arrivo da un’era in cui si faceva la musica per fare musica e basta. Grandi sbocchi una volta erano inesistenti, il mercato del rap italiano era composto da migliaia di persone, non da milioni come oggi. Girava tutto attorno alle skills, alla fama e la gloria. La vera passione e dedizione una volta era indispensabile per continuare a fare musica.

Come uccidere il tuo miglior nemico ha la forma dello storytelling, che ben si addice oltretutto al genere di musica che proponi. Da cosa deriva questa scelta?

Questa canzone nasce da due impulsi: intanto rappresenta il superamento di una sfida dal punto di vista creativo. Ideare e scrivere canzoni in stile “storytelling” in modo riuscito, anche per un esperto richiede uno sforzo notevole. Non devono mancare contenuti alla comprensione della storia e tutto deve essere metricamente e liricamente perfetto. La maggior parte dei rapper non le sa fare queste canzoni, soprattutto per mancanza di capacità ed inventiva. Anche se sono state fatte cose in questa direzione, posso dire che questa canzone è unica nel panorama del rap globale.

Da un altro punto di vista più psicologico e del contenuto, ho provato ad entrare nella mente del killer, che pianifica tutta l’organizzazione prima di compiere l’atto. Infatti cerco di raccontare e spiegare tutti i dettagli con la massima chiarezza e freddezza, come se fossi effettivamente io a pianificare l’azione. L’intento è quello di trasmettere la massima calma e il controllo – sangue freddo – e di mostrare come potrebbe ragionare un sicario attento.

Pensi che la musica possa aiutare a scuotere le coscienze in questa società asservita al dio denaro?

Sinceramente non credo in una musica che possa cambiare le coscienze e la società. Secondo me la musica può influenzare uno stato d’animo e perciò tirarti su, farti ballare, rinvigorirti, farti sorridere, piangere, ecc. Almeno è come la vivo io. E si è visto in passato come le canzoni altamente idealiste (soprattutto superficialmente), come “We are the world”, non hanno cambiato un gran ché, e anzi lasciano sempre un retrogusto di ipocrisia. Con questo non voglio dire che non mi piace la canzone in questione, anzi la apprezzo molto, però non ha portato il cambiamento che racconta ed auspica. Pure il moralismo sventolato come bandiera, non funziona. Nessuno vuole ascoltare chicchessia che cerca di insegnarti qualcosa. E’ come con i figli: più che con le parole, si insegna con le azioni e il comportamento.
Però credo che si possa far cambiare prospettiva e visuale all’ascoltatore, attraverso un attento lavoro di costruzione di immagini, immaginari, visioni ed idee. Aprendo in qualche modo la mente all’ascoltatore, potenzialmente si riesce ad ampliarne lo sguardo. A me stesso è capitato spesso di rimanere come sbalordito davanti ad una rima che mi ha colpito, o un album che ha cambiato il mio modo di pensare, come pure davanti ad un libro che ti riesce smuovere da una posizione che credevi salda. Io con la mia musica vorrei raggiungere lo stesso obiettivo: scuotere e far immaginare chi ascolta.

Conoscenza, informazione e coscienza secondo me sono i mezzi per liberare l’uomo dalle sue catene – immaginarie e non – e con la mia musica vorrei sempre trasmettere indirettamente “deep knowledge”.

Hai curato anche la produzione dei brani, qual è stato il tuo modo di lavorarci e quali soluzioni nuove hai inserito rispetto ai tuoi dischi precedenti?

Il disco è nato selezionando i brani scritti e registrati in un certo periodo. Diciamo che si è sviluppato con il tempo ed ha preso forma nel corso dei mesi. Quello che avevo in mente dall’inizio era sicuramente la lunghezza dell’album. Non avevo intenzione di superare le 11-12 tracce e di fatti alla fine sono arrivato a 10 tracce. Oggi giorno la “attention span” dell’ascoltatore è diminuita drasticamente e inoltre il mercato è pieno di musica, perciò bisogna per forza di cose adattare gli album ai tempi moderni. Tra l’altro mi ci metto io in primis. Non ascolto più, se non molto raramente, album interi. Più che altro mi guardo videoclip e ascolto i singoli – dico sfortunatamente. Però è cambiato tutto, anche il modo di consumare musica, e bisogna prenderne atto.
Come su certi dischi precedenti, anche con questo album ho curato molto il dettaglio. Perciò una selezione attenta delle basi, una struttura delle canzoni non sempre scontata e tante piccole gemme inserite qui e lì – sempre con lo scopo di creare un lavoro spesso e concettualmente profondo. Tra l’altro, pure Metal Carter mi ha dato una mano e consigli, soprattutto per quello che riguarda la tracklist e la selezione dei brani più belli. Grazie man!

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Gabbo in esclusiva: “Vi racconto la nascita di Maybe The Next Time”

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In occasione del nuovo EP “Maybe The Next Time”, abbiamo fatto qualche domanda a Gabbo, analizzando la fase di lavorazione del progetto e gli aneddoti che stanno dietro al processo creativo dello storico bassista dei Cor Veleno.

Ciao Gabbo, quando è nata l’idea del nuovo EP?

In realtà il giorno stesso dell’uscita di l’M IN, visto che nel farlo ci eravamo divertiti molto ho detto: “tranquilli, ne faremo altri!” hahaha.

Ci stavi lavorando da molto?

Veramente non mi accorgo quanto e quando lavoro sul progetto “Gabbo”, perché spesso durante lo studio giornaliero appunto idee musicali che poi sviluppo con Squarta.

C’è un brano a cui sei particolarmente affezionato?

No, ma siccome voglio bene a chi lavora con me, probabilmente quello in cui siamo di più Hahahah, quindi “Tu come fai” sicuramente.

Puoi spiegarci perché proprio “Maybe the next time”?

Se ci fate caso in “Volevo fare una hit” Ugo dice una cosa tipo “magari ne parliamo nella prossima canzone” e già qui ne cogliamo il senso, e poi anche nella vita di tutti i giorni quante volte diciamo “magari la prossima volta”. Quindi se ti aspetti qualcosa “magari la prossima volta la avrai”, è un un invito a stare sintonizzati e ad essere ottimisti sempre Hahahahah


Quali sono le differenze principali rispetto a I’M IN?

Probabilmente quella che risalta di più all’occhio o meglio alle orecchie è che non c’è solo la presenza di Ugo Crepa alla voce ma anche di altri eccezionali artisti come PeppOh, Calmo e Luca Notaro.
Davvero forti 

Ugo Crepa è la collaborazione più presente all’interno dell’album. Quanto vi ha sorpreso la sua crescita?

Sincero? Nessuna sorpresa, noi che lavoriamo sempre con lui sappiamo che vale molto 😉

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Interviste

Intervista a Secco | Dopo Gargoyle, quale futuro?

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Abbiamo intervistato Secco, dopo l’uscita del brano Gargoyle feat Nerone, abbiamo avuto il piacere di scambiare due chiacchiere con l’artista.

1. Ciao Secco e benvenuto su Clubhiphop.com! Il tuo nuovo singolo si intitola “Gargoyle”, come nasce questa traccia?

Non so esattamente come rispondere poiché questa traccia è nata in modo spontaneo e semplicemente dalla voglia di fare musica. Avevo questo beat di Bella Espo su cui avevo fatto una strofa, l’ho fatta ascoltare a Max e si è gasato, così ha deciso di metterci sopra una strofa anche lui. Successivamente ho coinvolto anche DJ Lil Cut per gli scratch ed ecco la traccia.

2. Con Nerone siete soci di vecchia data oltre che entrambi membri della Microfili crew, ci parleresti di questa realtà?

Si, con Nerone siamo amici da molto tempo e insieme ne abbiamo viste di cotte e di crude. È stato proprio lui a presentarmi e a far sì che mi unissi ai Microfili. Attualmente la crew non è più attiva, anche se siamo rimasti tutti amici, ognuno ha intrapreso il suo percorso artistico e professionale.

3. Negli ultimi anni hai pubblicato due mixtape e hai preso parte a numerose collaborazioni con svariati artisti, in questo momento a cosa stai lavorando?

Oltre ai due mixtape ho anche pubblicato un ep di 8 tracce. A breve, invece, uscirà un nuovo disco composto da 9 brani e di cui “Gargoyle” è il primo singolo estratto. In cantiere ha anche ulteriori progetti ma è ancora troppo presto per parlarne.

4. Qual è il tuo rapporto con la label Chandelier Music?

Ho conosciuto la label Chandelier Music tramite un’amicizia comune. Inizialmente ho cominciato a registrare da loro perché erano in una posizione molto comoda per me. Poi, nonostante si siano trasferiti nel nuovo studio più lontano, data la loro qualità professionale ed il feeling che si era creato, ho continuato ad affidarmi a loro.

5. Quali sono i brani nella tua discografia che definiresti più rappresentativi del tuo percorso artistico?

Non credo di avere ancora un brano che potrei definire così rappresentativo. Sicuramente però il nuovo disco che sta per uscire è il progetto che fino ad ora sento più mio sul piano artistico e personale.

6. Ci sono degli artisti della scena nazionale con cui ti piacerebbe collaborare ma con i quali non hai ancora avuto l’occasione?

Beh sicuramente… Ci sono tanti artisti che mi piacciono con cui non ho ancora collaborato. Penso, però, che prima di fare una collaborazione sia fondamentale conoscersi di persona e creare un rapporto.

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Aka Steve: “É importante essere consapevoli di chi siamo”

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Dal 14 ottobre 2022 sarà disponibile in rotazione radiofonica e su tutte le piattaforme di streaming “Per Sempre” (Kimura), il nuovo singolo di AKA STEVE.

“Questo brano l’ho scritto per esprimere la fatica e il sudore che si devono dare alla vita di ogni giorno, e l’impegno costante nel provare a realizzare i propri sogni. Tutto ciò che ero, che sono e che sarò fa parte di me e rimarrà per sempre nella mia anima sia le cose brutte che quelle belle. Secondo il mio parere, ognuno di noi ha dovuto affrontare qualcosa di pesante e difficile da dimenticare e quindi ci tenevo a fare una canzone che rappresentasse la fatica ma anche la forza di volontà nel rammentarsi che non bisogna mai mollare e che tutto quello che superi ti rende più forte”.

Ciao Steve, “Per sempre” è finalmente fuori. Da quanto tempo ci lavoravi?

Ho lavorato per circa un mese alla produzione del brano.

Nonostante la giovane età dimostri già tanta maturità per quanto riguarda la scrittura. Oltre alla predisposizione naturale quanto è importante l’allenamento?

L’allenamento è una delle parti più importanti perché oltre ad aiutarti a scrivere meglio ti rende più sicuro e di conseguenza i brani risultano più elaborati.

Che messaggio vorresti comunicare ai tuoi ascoltatori con questo nuovo pezzo?

Con questo brano volevo comunicare ai miei ascoltatori che è importante essere consapevoli di chi siamo, delle esperienze che abbiamo vissuto e che ci forgiano. Ma soprattutto bisogna sempre impegnarsi e lavorare duro per raggiungere i propri obiettivi. Tutto questo rimarrà per sempre parte del viaggio.

Le produzioni dei tuoi singoli sono sempre molto varie. Questa volta come siete arrivati al prodotto finale? Ci puoi raccontare come sei arrivato al beat di “Per sempre”?

Il beat o strumentale è stato elaborato da un ragazzo con cui ho iniziato di recente a collaborare avendo condiviso le mie idee con le sue siamo riusciti a creare la base.

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