Shablo non pubblica un album, pubblica un atto artistico. Il produttore italo-argentino, figura cardine della scena hip hop italiana da oltre vent’anni, firma con Manifesto un progetto che è insieme una dichiarazione di poetica e una mappa sonora delle sue radici. Diciassette tracce che rinunciano ai compromessi, ignorano le mode e mettono al centro ciò che negli ultimi anni si è perso nella musica urban: l’intenzione.
Un album come dichiarazione di identità
Disponibile dal 4 luglio, Manifesto è tutto fuorché un disco commerciale. È un lavoro denso, stratificato, dove Shablo torna a suonare, a comporre, a dirigere. Non c’è spazio per l’improvvisazione né per la ricerca forzata del “pezzo virale”. Questo è un album pensato, costruito in tre sessioni intensive in Toscana, in uno studio immerso nel silenzio, lontano dal ritmo compulsivo dell’industria musicale.
«Per fare musica ho bisogno di tempo e concentrazione» – spiega lo stesso Shablo – «Non voglio piegarmi a un’estetica che non mi appartiene».

Il suono come protagonista
Il cuore di Manifesto è il suono: analogico, profondo, viscerale. Dalle batterie suonate ai fiati, dalle linee di basso corpose ai campionamenti soul, tutto restituisce una sensazione di verità. La struttura dei brani è libera, con code strumentali, assoli, crescendo emotivi che oggi si vedono sempre più raramente in ambito mainstream. Shablo sceglie la complessità, e lo fa con consapevolezza.
E poi c’è Joshua, voce guida dell’intero progetto, presente in quasi tutte le tracce. È lui il filo rosso che tiene insieme le collaborazioni e restituisce coerenza narrativa all’album. Ma attorno a lui si muovono nomi che raccontano tutta la storia – e il presente – dell’hip hop italiano: Tormento, Guè, Noyz Narcos, Inoki, Ernia, Rkomi, Mimì, Joan Thiele, Irama, Gaia, fino al tocco internazionale di Roy Woods (dalla scuderia di Drake) e dei Yellowstraps.
Tre anticipazioni per capire la direzione
A introdurre Manifesto sono stati tre brani emblematici, ciascuno una chiave d’accesso diversa:
- La mia parola (feat. Joshua e Tormento), portata a Sanremo, è un atto di coerenza. Soul, gospel, hip hop e poesia urbana si fondono in un brano che ha il coraggio di restare se stesso anche sul palco più tradizionale d’Italia.
- Gelido, inciso in live session con Joshua, Tormento e Mimì, è forse il pezzo più crudo e autentico. Groove jazzato, interplay tra voce e strumenti, atmosfera da jazz club in piena notte.
- Spirito Libero, che campiona “Non sono un angelo” (versione italiana di I’m Wondering di Stevie Wonder), è l’omaggio più diretto alle radici soul del produttore. È un inno alla libertà personale, interpretato da Joshua, Guè e Tormento con una delicatezza quasi cinematografica.

Il ritorno dei maestri, la chiamata dei nuovi
Shablo non si limita a chiamare “featuring” funzionali. Ogni voce ha un ruolo preciso: Neffa, che per lui è «come avere Stevie Wonder», presta la sua anima in Welcome To The Jungle; Inoki, con cui Shablo aveva rotto i rapporti da anni, torna in Immagina, un brano che è anche un segno di pace e di evoluzione; Mimì, vincitrice di X Factor, incanta con la sua vocalità soul. Anche le nuove generazioni trovano spazio, ma solo se in sintonia con lo spirito del disco. Non è una vetrina, è una scelta artistica.
Un disco che educa, non che seduce
«Questo non è un disco per piacere a tutti» – afferma Shablo – «Parlo a chi sa ascoltare davvero». Manifesto non rincorre il trend, lo ignora. Non cerca algoritmi, ma legami. È un disco da ascoltare tutto intero, senza skip, possibilmente con le cuffie, in silenzio. È un lavoro che richiede attenzione, ma restituisce profondità.
In un periodo in cui il rap italiano sembra aver perso memoria delle proprie origini, Shablo sceglie di non dimenticare. E lo fa con uno stile che non è revival, ma riappropriazione: boom bap, jazz, drum’n’bass, soul, gospel… Tutto vive in funzione del messaggio, tutto contribuisce a formare un’idea di musica come linguaggio vivo, stratificato, libero.
Un produttore in prima linea
Manifesto è anche un discorso meta-musicale: è Shablo che riflette sul suo mestiere, sulla figura del produttore, sempre più centrale ma spesso ancora poco riconosciuta. «Il producer costruisce una visione, come un regista fa con un film». Una frase semplice, ma necessaria, oggi che tanti beatmaker inseguono la viralità ma dimenticano la narrazione.
Eppure, sempre più produttori stanno portando avanti dischi con una loro firma riconoscibile: da Mace a Dardust, da okgiorgio a TY1. Shablo si inserisce in questa scia, ma con un’impronta personale fortissima: Manifesto è suo in ogni dettaglio, in ogni groove, in ogni scelta.
Manifesto è un album che resta
Manifesto è un disco che non urla, ma lascia il segno. È un invito a rallentare, ad ascoltare, a ricordare. È un ponte tra generazioni, un omaggio alla musica black, un ritorno al significato profondo dell’hip hop come cultura e come linguaggio.
Shablo ci ricorda che si può ancora fare musica con rispetto, rigore, passione. E lo fa con un album che non si dimentica dopo un ascolto. Un disco necessario, in un’epoca di eccessi e superficialità. Un vero manifesto artistico, umano e culturale.







