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Interviste

Intervista a Alessandro Proietti e il suo album Persiane del ’40

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Dal 9 luglio è disponibile in digitale Persiane del ‘40, l’album di debutto di Alessandro Proietti, pubblicato per la label La Grande Onda fondata da Tommaso “Piotta” Zanello. La produzione è stata affidata a Biok (Edoardo Baiocchi), già producer per Uale, artista della generazione Z e unico featuring presente nel disco. Dal suo quartiere di origine, Garbatella, in cui è cresciuto e al quale è fortemente affezionato, si sviluppano le storie di Alessandro tra l’amore per la propria famiglia e la dolorosa perdita del padre, al quale dedica il brano Bussola.

In dieci tracce che sperimentano una rosa di sonorità variegate, tra rime strette ed episodi più melodici, l’artista alterna racconti di vita e angoli della propria personalità, messi a nudo di getto.

Abbiamo però il grande onore di aver potuto intervistare Alessandro, artista molto disponibile con il quale abbiamo potuto fare una chiacchierata sul present e sul futuro, intervista che trovate qui sotto.

L’intervista ad Alessandro Proietti

  1. Ciao Alessandro! Innanzitutto ti chiediamo: vuoi raccontarci chi è Alessandro Proietti?

Sono una di quelle persone che necessita di esprimersi attraverso la creatività.

Con la musica mi espongo in prima persona, con la recitazione vestendo i panni di altri.

Sono due percorsi molto differenti ma che in realtà si completano a vicenda.

Capire gli altri ci aiuta a capire noi stessi.

  1. Cosa ti ha spinto a intraprendere una carriera musicale, oltre a quella della recitazione?

La musica mi accompagna dal lontano 2006. Ho cominciato a scrivere molto presto ma prima di incidere i primi pezzi ho fatto passare diverso tempo. È una passione che è sempre andata di pari passo con la recitazione quindi ho coltivato tutto in maniera molto naturale.

  1. Persiane del ‘40 è il tuo primo album, come è stata la preparazione? Chi ti ha accompagnato nel viaggio per dare alla luce questo tuo esordio?

L’album inizialmente non era stato concepito come tale. La figura fondamentale per il progetto è stata Edoardo (Biok), amico e produttore che mi ha stimolato attraverso i suoi beat. Io li ho riempiti scrivendo di getto mentre il tutto assumeva sempre di più una forma musicalmente coerente, aveva un filo conduttore. Devo ringraziare tantissimo Tommaso “Piotta” Zanello per essersi appassionato al progetto, Cristiano Boffi, Cristiana Lapresa e La Grande Onda.

  1. Vuoi descriverci il tuo stile musicale? Si sentono varie influenze, tra rap, indie e melodie. Che percorso hai fatto per arrivarci? Quali artisti ti hanno ispirato?

Sono partito dal rap, Eminem è stato il mio primo ascolto sul genere quando ero piccolissimo, poi ho scoperto tutto il resto e mi sono avvicinato al rap italiano con Fibra.

Quando ho cominciato a scrivere avevo il bisogno di utilizzare tante parole, concentrarmi sul significato, però ho sempre amato molto anche le melodie, da bambino andavo in giro cantando canzoni di Bennato, Battisti, Mango e Zucchero.

Quel che ho fatto è cercare di fondere le due cose, quindi dare peso al testo ma non lasciare la sonorità in secondo piano. Credo di aver raggiunto un risultato maturo che è in continua evoluzione. Non riesco a categorizzarlo, mi piace così.

  1. Sei originario di Roma, precisamente del quartiere Garbatella. Sei molto attaccato alle tue radici? Quanto questo ha influito sul disco?

Sì, sono molto attaccato al mio quartiere e alla mia città. Ha influito il giusto, è stato il punto di partenza per sviluppare il concept di un album che andando avanti nelle tracce prende una piega sempre più ampia e personale. Il titolo stesso parte da qui essendo ispirato alle finestre di casa mia.

  1. La tua esperienza in Suburra, quanto ti ha aiutato artisticamente a cimentarti nella musica?

Suburra mi ha aiutato come artista, è stata un’esperienza bellissima da cui ho imparato tanto e che ha dato la possibilità a Tommaso (Piotta) di conoscermi anche musicalmente, per poi cominciare questo percorso insieme. Partecipare a un prodotto iconico come Suburra a volte può essere un’arma a doppio taglio, ma è sicuramente anche un grande piacere.

  1. L’album mostra una tua parte molto personale, molte delle tracce sono come pezzi di vita raccontati per farti conoscere. La musica ti aiuta ad esprimerti più intimamente, o sei una persona di per sé già estroversa?

Tendenzialmente sono una persona estroversa, amo stare con le persone ma difficilmente mi apro con chiunque. Ho tante persone disposte ad aiutarmi nel momento del bisogno ma caratterialmente le cose negative le tengo per me, non voglio appesantire gli altri e rovinare la qualità del tempo. La musica mi permette di fare questo, è lo strumento con cui analizzo le mie difficoltà e le rendo costruttive.

  1. Cosa riserva il futuro ad Alessandro Proietti? Cinema, musica… e poi?

Cinema, musica e i miei affetti sono tutto ciò di cui ho bisogno.

Purtroppo non posso prevedere il futuro, ma più questi tre elementi saranno presenti nella mia vita, più sarò felice.

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Interviste

Intervista a Desperado Rain

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Lo scorso 1 ottobre è uscito in digitale “Babylon Rosso Fuego”, il primo singolo estratto dal nuovo album di Desperado Rain per la label Atelier 71, di cui è anche co-fondatore.

L’artista, scrittore, cantautore e rapper italo-marocchino pubblicherà presto il nuovo album “LeAvventure di Victor Sugo”, e questo primo brano è un assaggio che ci porta nel suo mondo a tinte urban. Con il video ufficiale del singolo, pubblicato il 7 ottobre, entriamo anche nel mondo visivo dell’autore, in cui nel corso di una riflessione notturna si svelano luci e ombre della sua vita come uomo e artista.

Con consapevolezza e autodisciplina, si traccia una strada per raggiungere gli obiettivi personali che lo porteranno a realizzare tutti i suoi sogni.

Incuriositi, abbiamo deciso di fare qualche domanda per conoscere meglio l’artista. Buona lettura!

Qual è la giornata tipo di Desperado Rain?

Normalmente mi sveglio prima dell’alba e mi preparo per allenarmi, poi mi sistemo, faccio colazione e, se c’è ancora tempo, leggo un po’, anche solo una mezz’ora. Faccio tutto questo senza utilizzare ancora il telefono se non per ascoltare della musica, dopodiché si inizia a lavorare, ultimamente le session in studio si concentrano la mattina.                                              Ho switchato diversi metodi e schemi a seconda del progetto al quale sto lavorando, il modus operandi che ho applicato per la realizzazione di AVS (Le Avventure di Victor Sugo) è stato simile a quello di un atleta che si prepara per le Olimpiadi. Sono tendenzialmente organizzato e preciso, ma non applico una rigidità d’acciaio alla mia routine: se c’è da viversi qualcosa di nuovo e quindi preferisco stare a casa la sera per riprendere le energie per il giorno dopo lo faccio, ma a volte capita che i doveri mi portino a stare anche 4 giorni non-stop fuori casa.

Hai rivelato da poco il titolo del tuo nuovo album previsto in uscita questo autunno: “AVS”, è l’acronimo di “Le Avventure di Victor Sugo”? Chi è Victor Sugo?

AVS non è l’acronimo, ma la “compagnia aerea” nata dall’album: AVS AIRLINES.                      Victor Sugo non è che il pilota che condurrà tutti gli ascoltatori in questo nuovo viaggio.

Molte persone con il tuo nuovo singolo “Babylon Rosso Fuego” hanno notato un cambiamento nel tuo sound e nel tuo approccio alla scrittura, cosa ci aspetta nel tuo prossimo album?

Cambiare è normale, trovo sia positivo e stimolante. Questo disco credo sia il più spontaneo della mia carriera fino ad oggi: è come se non mi fossi nemmeno sforzato nel dare vita alle canzoni, sono uscite così, in modo naturale. Per questo motivo, posso dire di essere anche io curioso di sapere cosa ci riserverà questo album. In fondo il disco è di Victor Sugo, quindi Desperado Rain ne sa ancora molto poco per ora…

Sei un autore, scrittore e liricista. Quindi vorremmo chiederti, quali sono i maggiori ostacoli che non permettono l’ispirazione? E quali sono invece le tecniche, se ne hai, per contrastare il blocco dello scrittore?

Mi è successo di non toccare una penna per 4 anni, è stato impegnativo. Ho pensato a lungo di non saperlo più fare, forse di non esserne mai stato in grado. Non che mi senta capace adesso, questo non sta a me deciderlo, ma senza pensarci tanto, posso dire che tornare a fare freestyle con gli amici è stato un buon boost per sbloccarmi e tornare a scrivere. Per me è stato un po’ così: improvvisare al parchetto, o anche solo guardare i miei amici farlo.                                          Personalmente, penso che i miei maggiori ostacoli creativi siano dipesi dal non avere un’idea chiara riguardo un nuovo progetto o, paradossalmente, dal pensare troppo ad un nuovo progetto: “Le Avventure di Victor Sugo” è nato proprio quando ho smesso di stressarmi con questi pensieri.

Oltre al tuo percorso ed alla tua carriera da artista sei anche il founder di Atelier 71, come lavorate con il vostro roster di artisti?

Insieme a Paziest, il mio socio, ci piace dedicarci interamente lavorando ad un progetto alla volta, soprattutto se si tratta di un nuovo artista. Per questo preferiamo lavorare con un roster ridotto, ma a cui sappiamo di poter dedicare il 100% del nostro tempo e delle nostre risorse. Quindi, da ATELIER 71, non aspettatevi una carrellata di nuovi artisti ogni semestre, ci piace piuttosto lavorare per far crescere chi è già con noi per aiutarlo ad arrivare ai risultati che merita. Watch it!

Grazie mille Club Hip Hop, ci vediamo a disco uscito. Stay blessed!

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Interviste

Intervista a Santo Trafficante

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Pubblicato lo scorso ottobre da Time2Rap, “Sicario su Commissione” è il nuovo album del rapper italo tedesco Santo Trafficante.

Santo è uno dei più longevi rappresentanti del filone hardcore/gangsta rap, attivo da fine Anni ’90 con decine tra album, EP, mixtape e singoli, dove ha collaborato con nomi rappresentativi della scena come Guè Pequeno, Noyz Narcos, Bassi Maestro, Gionni Gioielli, Inoki, Marracash e molti altri. Numerosi ospiti arricchiscono la tracklist, in primis Metal Carter molto vicino al mondo di Trafficante, i romani Fetz Darko, Lord Madness e Suarez, ma anche Akran ed Egreen.

Un onore per noi di ClubHipHop aver potuto intervistare una pietra miliare come Santo che ci ha fatto veramente piacere ospitare sul nostro portale.

Sicario su commissione è un titolo molto forte ma ben si collega a una chiave di lettura possibile del lavoro: uccidere per denaro come conseguenza estrema della follia e dell’egoismo accentuato dal capitalismo. Siamo davvero disposti a tutto pur di guadagnare e fare un’escalation sociale?

Io credo sinceramente di sì. L’attuale modello sociale ci impone proprio la scalata (verso dove?) a tutti i costi – e se non ci riesci è solo colpa tua. Si tratta di una semplificazione estrema della realtà. Questo sistema post-capitalistico in cui ci troviamo tutti, alla fine potrà portare solo al suicidio della società. Non vedo altre vie d’uscite logiche da questo meccanismo, da questa gabbia d’acciaio. Fino a che punto possiamo spingere l’egoismo individuale? Fino a dove può arrivare l’accumulazione morbosa di denaro senza fine? Fino a che punto si possono sfruttare le persone e la natura? Non ho delle risposte definitive a queste domande e pure io stesso sono parte dell’ingranaggio, ma cerco comunque di far riflettere l’ascoltatore attraverso una terapia “shock”. Che cosa succederebbe se il denaro prevalesse su tutto? Ecco dove si posiziona “Sicario su Commissione”. Una sorta di visione distopica contemporanea.
Quello che emerge nella mia musica, grazie a Dio non è che una piccola parte della mia vita quotidiana. In effetti la mia musica rappresenta una sorta di auto-terapia con cui getto fuori tutta la rabbia e i sentimenti negativi. So benissimo che la vita violenta e di strada portano solo alla disfacimento di tutto quello che si è e si ama. Ho visto con i miei occhi quello che succede alle persone: bara, galera, droga, distruzione. Non c’è nulla di bello in quello stile di vita.

Il disco si apre con Grazie Gesù, ironico brano che prende di mira la religione e che riflette sul dover pagare dazio quotidianamente. Che rapporto hai con la religione? Come mai hai deciso di inserire questo come primo brano nella tracklist?

Anche se “Grazie Gesù” potrebbe apparire come attacco alla religione, in realtà si tratta a tutti gli effetti di una canzone “spirituale”, intesa nel modo più distorto. E’ una testimonianza sincera, per quanto malsana. Mi spiego: affronto il fatto di ringraziare Gesù con la mentalità di strada. Ringrazio per delle cose sensate, ma anche per delle cose pessime (pistole, lame…), che di per sé è un controsenso nello spirito religioso. Ma vorrei sottolineare che fuori, nel mondo, è effettivamente una realtà questo modo di pensare e di agire. E’ come trovare una giustificazione o benedizione per il male che si commette.

La canzone si può leggere anche come orgoglioso e moderno statement del fatto che si è spirituali e/o credenti: credo in Gesù Cristo, faccio i soldi e sono armato fino ai denti. Mi contrappongo alla credenza o alla moda del momento, che mette il credente al livello di un perdente o ingenuo. Un altro modo per esprimere il proprio essere spirituale in controtendenza con i tempi.

Ma allo stesso tempo, ad un livello più profondo, è anche un ringraziamento, per tutto quello che abbiamo. Questo mi rispecchia profondamente nel mio modo di affrontare la vita: anche tra me e me ringrazio Dio per il sole che splende, per la famiglia che ho accanto e per il fatto di essere libero e in salute. E’ un modo di affrontare la vita in modo più leggero e comunque positivo. Spero che questo aspetto faccia riflettere le persone.

Ho inserito questa traccia all’inizio per una scelta precisa, ma anche su consiglio di Metal Carter. E’ un brano musicalmente fresco e contemporaneo, e al contempo è pure una buona introduzione a quello che segue. Dal punto di vista musicale, degli strumenti e delle sonorità, è un po’ fuori dagli schemi rispetto al resto e conferisci al tutto “dimensionalità”.

Il pessimismo è tangente, emerge quasi un punto di vista nichilista ma in alcuni brani come Love you e Sono troviamo una maggiore speranza, anche dettata dalla scelta musicale più ariosa. Come stanno insieme questi due aspetti?

Come nella vita e nell’anima umana, anche nella musica cerco di affrontare gli estremi e i contrasti – e di farli convivere. Credo che ognuno di noi viva dei conflitti interiori di tipo morale ed etico. Io provo ad analizzarli e soprattutto gettarli su tracce musicali in forma di rap. Come già precedentemente accennato, la mia musica assorbe in qualche modo tutto il negativo, tutto il pessimismo che posso serbare dentro di me. Credo pure grazie al rap, a questo sfogo, nella vita quotidiana sono una persona effettivamente molto ottimista e con valori solidissimi e una ricca vita spirituale interiore.

“Love you” è il contrario di quello che il titolo effettivamente racconta. La strumentale, che ho prodotto io, ha un feeling molto soul anni ’70 e leggiadro, con una batteria veramente soffice e morbida. Però in contrasto ci sono io, che sputo solo odio puro. Scrivendo la canzone stavo proprio pensando ad una persona che avrei voluto uccidere – era questo lo stato d’animo del momento.

La traccia “Sono” invece ha un approccio a tutti gli effetti conscious. Ho voluto creare un’immagine positiva, ma anche melanconica, che mettesse l’ascoltatore nello stato di sentirsi parte del tutto attorno a noi. Come dire: non siamo solo individui isolati, come ci vorrebbero far credere soprattutto oggi, ma al contrario siamo parte di una comunità umana e contemporaneamente integrati nella natura. Siamo individui in un contesto storico, con un passato, presente e futuro. Alla fine questa canzone è un grande esercizio di empatia e mostra la volontà di allargare lo sguardo e comprendere veramente il prossimo: “Sono la verità del bugiardo, sono il sanpietrino sotto l’asfalto…”. Ma non nego che ha pure qualcosa di mistico, di inspiegabile, qualcosa a cui non voglio e non posso neanche dare una risposta. Questo strato di mistero è una parte fondamentale della canzone.
Proprio per spezzare il mio racconto su “Sono”, ho inserito sul ritornello il rapper Akran di Bologna, che saluto. Ha scritto qualcosa che si abbina perfettamente sia al beat che alla mia parola – parzialmente anche contrastandola. E per rendere il tutto ancora più completo, sulla parte che chiude il brano Maurizio Leoni ha suonato il sax, come una sorta di voce senza parole che chiude il racconto.  

Un altro brano dai contenuti attuali e crudi è Endless in cui racconti un episodio di femminicidio. Come ti sei approcciato di fronte a questo tema?

Più che raccontare un episodio di femminicidio, utilizzo questo termine scandaloso per spiegare che “fine fanno” i miei concorrenti al microfono: “Trapper in trappola rido, mentre li uccido, una puttana che rappa: femminicidio”. Come dire, se da un lato “uccido” i trapper “maschi”, dall’altro non mi fermo neanche davanti ad una “femmina” – chiaramente sempre nel contesto dello scontro verbale nella musica rap. Questo potrà sembrare qualcosa di strano e apparentemente violento, ma è la normalità nel Rap dagli albori negli anni ’80. L’avversario nel Rap va sconfitto – liricamente, tecnicamente e verbalmente.

Sei tra i rapper più longevi del panorama italiano, che opinione hai della scena attuale e in particolare quella della tua città?

Dal punto di vista dei numeri sono molto contento di come si è sviluppata la scena rap. La musica rap si è affermata definitivamente nel mainstream e inoltre ci sono migliaia di ragazzi che si dedicano a fare il loro con le rime o il beatmaking. Pure grazie al nostro lavoro e la nostra dedizione, abbiamo raggiunto un ottimo livello nel music business: in tanti si guadagnano da vivere con il rap, il che è solo positivo. Ovviamente ci sono pure tanti squali e arrivisti che cercano di infiltrarsi, ma questo probabilmente è parte del gioco.

Da un punto di vista qualitativo, non posso non notare l’appiattimento creativo e culturale rispetto a qualche anno fa. Nonostante tutte le possibilità, i mezzi a disposizione e le idee che fornisce il web, vedo comunque un’omogeneizzazione nei trend e negli stili. Paradossalmente con meno, di solito si riesce a fare di più. L’aver a disposizione tutto, spesso limita l’immaginazione dei giovani.

E devo pure dire che sono cambiate le motivazioni per fare musica. Io arrivo da un’era in cui si faceva la musica per fare musica e basta. Grandi sbocchi una volta erano inesistenti, il mercato del rap italiano era composto da migliaia di persone, non da milioni come oggi. Girava tutto attorno alle skills, alla fama e la gloria. La vera passione e dedizione una volta era indispensabile per continuare a fare musica.

Come uccidere il tuo miglior nemico ha la forma dello storytelling, che ben si addice oltretutto al genere di musica che proponi. Da cosa deriva questa scelta?

Questa canzone nasce da due impulsi: intanto rappresenta il superamento di una sfida dal punto di vista creativo. Ideare e scrivere canzoni in stile “storytelling” in modo riuscito, anche per un esperto richiede uno sforzo notevole. Non devono mancare contenuti alla comprensione della storia e tutto deve essere metricamente e liricamente perfetto. La maggior parte dei rapper non le sa fare queste canzoni, soprattutto per mancanza di capacità ed inventiva. Anche se sono state fatte cose in questa direzione, posso dire che questa canzone è unica nel panorama del rap globale.

Da un altro punto di vista più psicologico e del contenuto, ho provato ad entrare nella mente del killer, che pianifica tutta l’organizzazione prima di compiere l’atto. Infatti cerco di raccontare e spiegare tutti i dettagli con la massima chiarezza e freddezza, come se fossi effettivamente io a pianificare l’azione. L’intento è quello di trasmettere la massima calma e il controllo – sangue freddo – e di mostrare come potrebbe ragionare un sicario attento.

Pensi che la musica possa aiutare a scuotere le coscienze in questa società asservita al dio denaro?

Sinceramente non credo in una musica che possa cambiare le coscienze e la società. Secondo me la musica può influenzare uno stato d’animo e perciò tirarti su, farti ballare, rinvigorirti, farti sorridere, piangere, ecc. Almeno è come la vivo io. E si è visto in passato come le canzoni altamente idealiste (soprattutto superficialmente), come “We are the world”, non hanno cambiato un gran ché, e anzi lasciano sempre un retrogusto di ipocrisia. Con questo non voglio dire che non mi piace la canzone in questione, anzi la apprezzo molto, però non ha portato il cambiamento che racconta ed auspica. Pure il moralismo sventolato come bandiera, non funziona. Nessuno vuole ascoltare chicchessia che cerca di insegnarti qualcosa. E’ come con i figli: più che con le parole, si insegna con le azioni e il comportamento.
Però credo che si possa far cambiare prospettiva e visuale all’ascoltatore, attraverso un attento lavoro di costruzione di immagini, immaginari, visioni ed idee. Aprendo in qualche modo la mente all’ascoltatore, potenzialmente si riesce ad ampliarne lo sguardo. A me stesso è capitato spesso di rimanere come sbalordito davanti ad una rima che mi ha colpito, o un album che ha cambiato il mio modo di pensare, come pure davanti ad un libro che ti riesce smuovere da una posizione che credevi salda. Io con la mia musica vorrei raggiungere lo stesso obiettivo: scuotere e far immaginare chi ascolta.

Conoscenza, informazione e coscienza secondo me sono i mezzi per liberare l’uomo dalle sue catene – immaginarie e non – e con la mia musica vorrei sempre trasmettere indirettamente “deep knowledge”.

Hai curato anche la produzione dei brani, qual è stato il tuo modo di lavorarci e quali soluzioni nuove hai inserito rispetto ai tuoi dischi precedenti?

Il disco è nato selezionando i brani scritti e registrati in un certo periodo. Diciamo che si è sviluppato con il tempo ed ha preso forma nel corso dei mesi. Quello che avevo in mente dall’inizio era sicuramente la lunghezza dell’album. Non avevo intenzione di superare le 11-12 tracce e di fatti alla fine sono arrivato a 10 tracce. Oggi giorno la “attention span” dell’ascoltatore è diminuita drasticamente e inoltre il mercato è pieno di musica, perciò bisogna per forza di cose adattare gli album ai tempi moderni. Tra l’altro mi ci metto io in primis. Non ascolto più, se non molto raramente, album interi. Più che altro mi guardo videoclip e ascolto i singoli – dico sfortunatamente. Però è cambiato tutto, anche il modo di consumare musica, e bisogna prenderne atto.
Come su certi dischi precedenti, anche con questo album ho curato molto il dettaglio. Perciò una selezione attenta delle basi, una struttura delle canzoni non sempre scontata e tante piccole gemme inserite qui e lì – sempre con lo scopo di creare un lavoro spesso e concettualmente profondo. Tra l’altro, pure Metal Carter mi ha dato una mano e consigli, soprattutto per quello che riguarda la tracklist e la selezione dei brani più belli. Grazie man!

EMBED SPOTY

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Blake el Diablo: “Mi lascio trasportare dalle vibes che percepisco”

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«Ho scritto Spicchi Di Luna sul flusso delle mie vibes all’ascolto del beat – racconta l’artista a proposito della genesi del pezzo – Mi sono immaginato da solo al tramonto sul cofano di una macchina, a scrivere un pezzo chill, come se fosse la colonna sonora del momento. Ho preso spunto da più situazioni della mia vita, quelle a cui pensi quando sei da solo e ti fai un po’ di trip mentali. Amore, amici, passato futuro e tanto altro. Direi che è uscito tutto molto bene».

Ciao Blake el Diablo! E’ uscito da poco il tuo ultimo singolo: “Spicchi di Luna”. Che feedback stai ricevendo?
Sicuramente sopra le aspettative, dopo due anni di attività le speranze di viaggiare ad alti stream non erano molte. Per fortuna il pezzo sta dimostrandosi un buonissimo passo per riprendere l’attività, alla gente piace, mi scrivono in tanti tutto il giorno, sono fiero.


A chi oppure a cosa ti sei ispirato per la realizzazione di questo brano?
Mi sono ispirato un po’ a quello che ho vissuto proprio in questi ultimi anni, dai mali personali alla ricerca del mio vero genere, conclusione che ovviamente non ho ancora raggiunto ma ci stiamo avvicinando, lavoriamo bene, c’è feeling e abbiamo grosse cose in tasca.


Come nasce generalmente un tuo pezzo? Passi molto tempo in studio oppure sei molto produttivo anche in casa?
Principalmente mi lascio trasportare dalle vibes che percepisco, la musica prima di tutto, il testo e le registrazioni passano solo dai suoni, quando riesci a “tastare” una base ancora nuda, allora sai che quella ti porterà da sola al suo stesso riempimento. Purtroppo con il lavoro è molto difficile vivere ordinariamente lo studio, è il licenziamento non è un lusso che posso permettermi, solitamente scrivo in treno e nei momenti liberi della giornata, mi piace guardare piccoli dettagli che mi circondano e lasciarmi ispirare.


Quali sono i rapper italiani che ti hanno influenzato quando hai iniziato a fare rap?
In Italia trascinatore assoluto, Salmo, sono entrato nell’ottica musicale con i primi dischi hardcore tra il 2010 e il 2012, ma al momento tra i miei principali Top ci sono Lazza, Vegas Jones, Marracash e Caparezza, insomma non proprio tanto simili a quello che faccio.


Cosa ne pensi dei talent?
Penso che siano un’ ottima piattaforma per esporsi e far capire il proprio talento, un’ occasione che se capita va colta assolutamente.

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