Darktar è una strana creatura oscura che vive nel Pianeta delle Idee di Caparezza. E’ proprio nell’omonima traccia del rapper che emerge un tema poco trattato e che pervade la società contemporanea: la spettacolarizzazione della sofferenza.
La sofferenza è l’elemento che anima Darktar. Questo essere è assimilato ripetutamente ad elementi che rimandano al colore nero (il corvo, il lago buio e caldo, il bitume, il catrame, la pece) perché la sofferenza è un qualcosa che bolle l’animo umano, che macchia indelebilmente l’interiorità.
“Sono lordo, come un piovanello dentro l’oleodotto” è una frase chiave del brano. La sofferenza impedisce di spiccare il volo, paralizzando l’essere umano – e per estensione anche lo stesso Caparezza – impedendo ogni tentativo di risalita.

Ma cosa succede quando la sofferenza diventa uno spettacolo da dover esibire? Siamo davvero sicuri che sia qualcosa di eticamente giusto? Questa è la provocazione che lancia Caparezza attraverso pochi versi disseminati all’interno del brano.
Barre che potrebbero anche passare in secondo piano in una narrazione colma di riferimenti culturali, in un’accumulazione di immagini cupe e funeree che descrivono Darktar. Affronterò questi versi facendo riferimento ad alcune teorie sociologiche.
“Chiamami Darktar / Amami Darktar”: ecco che la creatura non è altro che una maschera pubblica di Caparezza, che diventa identità e allo stesso tempo un mezzo per raccogliere consenso.
Goffman introduce il concetto di stigma, ovvero una caratteristica dell’identità (in questo caso la sofferenza) che mette in dubbio l’identità sociale di un soggetto. La sofferenza in questo caso porta l’essere umano ad essere diverso dalla normale società intrisa di un’esasperante senso di euforia e positività tossica.

Il soggetto deviante rispetto alla società usa proprio il suo stigma per diventare socialmente accettato e quindi essere amato. Un fenomeno simile è molto lampante sui social media: esistono delle bolle, camere d’eco (anche dette echo chambers) all’interno delle quali persone con determinate caratteristiche vengono idolatrate perché diventano la normalità per un pubblico selezionato.
“Ai giorni nostri vali quanto soffri”: qui entriamo in una vera e propria pornografia del dolore. Eva Illouz definisce il Capitalismo Emotivo come quell’insieme di comportamenti che portano alla razionalizzazione delle emozioni, in modo da farli coincidere con fini economico-capitalisti.

Cos’è quindi la sofferenza se non un modo per generare follower e fare impennare le interazioni che poi generano un profitto monetario? La sofferenza è uno spettacolo esibito in quegli “schermi inconsistenti degli altri”.
La Società dello Spettacolo che teorizzò Guy Debord negli anni ’60 è oggi una solida realtà: viviamo una narrazione parziale ed estremizzata della vita così preponderante da sovrapporsi alla vera realtà delle cose.

Influencer e persone comuni espongono il proprio dolore nel teatro dei social media, rendendo la realtà privata una questione pubblica. Questo dolore reale viene sovrapposto alla distorsione mediale, dove con la sofferenza si riesce ad essere riconosciuti in quanto validi solo se il proprio dolore è uno spettacolo sempre più estremo e teatrale.
“Amo questo lago buio e caldo in cui mi immergo”: in questo caso il lago del dolore non è più uno spazio intimo e per pochi, ma un campo sociale condiviso. Foucault parla di particolari spazi sociali chiamate eterotopie.

Le eterotopie sono spazi che si costituiscono ai margini della società (prigioni, case di prostituzione, cimiteri) che rendono possibile un moltiplicarsi di piani di realtà.
Il dolore è un’eterotopia metaforica dove il piano del personale e dell’esposizione pubblica si sovrappongono. Il rischio di abitare la sofferenza è quello di rimanerne intrappolati ed in una società social si viene incentivati da se stessi e dal proprio pubblico a rimanere dentro al dolore.
Darktar di Caparezza è un viaggio attraverso il tema della sofferenza e della sua spettacolarizzazione. I luoghi dove avviene la maggiore esibizione della sofferenza sono i social media e il brano ci invita a prendere coscienza dello spettacolo della sofferenza per non diventare schiavi di un perverso gioco fatto di sovraesposizione e incentivi che non ci portano ad abbandonare il “lago buio e caldo”.







