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Banshee, l’equilibrio perfetto tra istinto e tecnica. Intervista

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Con BANSHEE, Giovane Feddini e Flesha firmano un progetto che suona come un ponte tra scuole diverse, ma senza nostalgia e senza forzature. È un disco costruito su un’estetica precisa — quella ruvida, soulful e grintosa che richiama la New York dei primi Duemila — ma che allo stesso tempo parla la lingua di oggi, con una lucidità tecnica che appartiene a chi conosce questa cultura fino all’osso.

Dentro le sette tracce si riconoscono approcci opposti ma complementari: l’istinto viscerale di Feddini, capace di trasformare immagini e fragilità in scrittura diretta, e la solidità di Flesha, che da anni porta avanti un’idea di hip hop fedele alle radici ma sempre in evoluzione.

La forza del disco sta proprio in questo dialogo: nessuna ricerca del “pezzo facile”, nessuna estetica costruita a tavolino, solo un processo naturale che unisce due visioni e due storie in un sound che colpisce al primo ascolto.

Per questo su ClubHipHop abbiamo voluto andare a fondo nella parte tecnica del progetto: il lavoro sulle produzioni, la costruzione delle atmosfere, le dinamiche di studio, le scelte di mix e tutto ciò che rende BANSHEE uno dei progetti più coerenti e identitari della stagione.

Production-wise, BANSHEE ha un’identità precisa. Come avete costruito l’idea sonora comune prima ancora di scrivere?

Il nostro collettivo Dok Records, così come la mia crew GYD, si muovono su delle estetiche sonore ben precise: ogni progetto cerca di evolvere il sound mantenendo la sua anima originale. Per questo le citazioni aiutano anche quando si sperimenta.

Come nasce l’equilibrio tra la scrittura più viscerale di Feddini e la solidità tecnica di Flesha in Banshee?

L’equilibrio nasce soprattutto da un confronto costante. Ognuno porta al tavolo un modo diverso di sentire e costruire i brani: uno parte dall’istinto, da immagini e sensazioni molto nude, l’altro lavora per incanalare quell’energia dentro strutture più definite, curando incastri, metrica e architettura del pezzo.

Non è un compromesso, ma un incastro naturale: quando uno dei due spinge sull’emotività, l’altro trova la forma migliore per sostenerla; quando la tecnica rischia di prendere il sopravvento, l’approccio più crudo e spontaneo riporta tutto all’essenza. È un dialogo continuo, un equilibrio che si rinnova a ogni traccia e che alla fine diventa la cifra del nostro lavoro insieme.

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Banshee è molto “east coast” nel mood: è un omaggio consapevole o un modo naturale di esprimervi?

Quei suoni, quell’estetica e quel modo di intendere il rap fanno parte del nostro immaginario da sempre: li abbiamo respirati, studiati e interiorizzati. Allo stesso tempo non abbiamo mai cercato di replicare un modello per Banshee; è semplicemente il linguaggio che ci permette di essere più autentici.

Quando lavoriamo ai pezzi, non ci diciamo mai “andiamo in quella direzione”, è più il contrario: seguiamo l’istinto e ci accorgiamo dopo che ciò che è uscito porta quell’impronta. Quindi sì, c’è rispetto per quella scuola, ma il disco non è una citazione: è il modo più spontaneo e sincero che abbiamo di far suonare la nostra identità.

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Che tipo di dialogo c’è stato tra voi due in studio quando bisognava limare un verso, cambiare un flow o rivedere un arrangiamento?

In studio il dialogo è stato sempre molto diretto, ma mai conflittuale. Quando c’era da limare un verso o cambiare un flow, non esisteva un “io” e un “tu”: il punto di partenza era sempre il brano.

Se qualcosa non suonava come doveva, ce lo si diceva senza giri di parole, con la sicurezza di dare solo il meglio per ogni pezzo. Ci sono tracce come “POLPO DOPPIA COTTURA” o “LAGO DI GARDA” che sono pane quotidiano per noi, sia a livello lirico che di strumentale; altre canzoni come “MI CHIAMA ANCORA” o “MOMENTO DI VERITÀ” sono più intime e riflessive, abbiamo cercato di non creare disomogeneità al progetto, ogni canzone ha la sua struttura ben Definita e autentica, questo rende “Banshee” un progetto unico e originale, in studio abbiano lavorato bene perché il feeling artistico fra noi 2 è autentico.

Quanto vi interessava mantenere un impianto tradizionale dell’hip hop e quanto invece spingere elementi più moderni?

L’hip hop è letteralmente nel mio sangue, nel mio cuore e nella mia testa: è una mentalità. Quando sei conscio di questo, la tua autenticità non potrà essere compromessa.

A livello di mix, quali sono stati i dettagli a cui tenevate di più per rendere BANSHEE riconoscibile al primo ascolto?

La pulizia. Dok e Dogma di Dok Records, che come Ric de Large curano i miei mix da tanti anni, hanno un vero e proprio standard per far sì che voce e beat abbiano un equilibrio che regga in più impianti.
Siamo davvero fortunati.

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