Albino, rapper ravennate ha pubblicato Messaggi Vocali, album realizzato in collaborazione con Mrdiniman. I due artisti romagnoli hanno concepito l’intero album insieme e Mrdiniman – oltre ad aver curato la produzione musicale – nell’ultima traccia Senza di te, canta (firmandosi con il suo alias Dosher).
Messaggi Vocali è un concept album che racconta la fine di una relazione a distanza vissuta attraverso messaggi vocali non ascoltati. Un viaggio personale in cui la musica diventa un modo per affrontare il dolore e per cercare di trovare, nel caos delle emozioni, una forma di libertà. Albino spiega il concept attraverso queste parole: “L’album racconta una storia fatta di parole mai dette, di silenzi che parlano più di qualsiasi frase.
Ogni traccia è come un messaggio lasciato nel vuoto, un tentativo di dare voce al dolore. Ho intervistato Albino per farmi raccontare l’album. Prima di passare all’intervista schiaccia play e goditi le vibe dell’album.
Ciao Albino benvenuto e grazie! Messaggi Vocali è il tuo nuovo album, basato su una relazione a distanza deragliata. Quanto è stato catartico trasferire questi traumi nella musica?
Ciao e grazie a voi, è un piacere. Trasformare certe emozioni in musica non è mai facile, per diverse ragioni: da una parte c’è la paura di non essere capiti, dall’altra quella di mettersi troppo a nudo davanti al pubblico.
I brani non sono nati tutti nello stesso periodo, ma in momenti diversi dopo la fine della relazione. Questo mi ha permesso di vivere fasi differenti e di metabolizzare davvero ciò che stava succedendo dentro di me.
In quel momento avevo bisogno di sfogarmi, non avevo altri modi: scrivere mi ha letteralmente aiutato a non impazzire e a dare un senso, o almeno una forma, a tutto quello che stavo provando.
C’è stato anche un periodo di stop in cui ho lasciato i pezzi lì, senza toccarli. Quando poi ci sono tornato, li ho capiti davvero: mentre li scrivevo l’argomento era ancora troppo “caldo”, non avevo ancora elaborato tutto completamente.
Una relazione a distanza può aiutare a mantenere viva la passione e anche se presenta vari tratti negativi, può essere spunto per creare legami indissolubili. Dopo questa esperienza, come valuti il tutto?
Io non sono nuovo alle relazioni a distanza: quella di cui parlo nel disco non è stata l’unica, qualche anno dopo ne ho vissuta un’altra. Secondo me può funzionare solo se prima c’è stato un rapporto reale e solido vivendo nello stesso posto, e poi uno dei due parte.
Altrimenti la distanza diventa un muro: è difficile costruire qualcosa di vero senza averlo vissuto prima dal vivo. Conta moltissimo anche il periodo di vita che ognuno sta attraversando: se si è allineati, se si vuole davvero la stessa cosa, allora può reggere.
Se una relazione supera la distanza, vuol dire che ha fondamenta solide, e quella è una delle prove più dure: superarla significa potersi aspettare un futuro lungo e concreto.
Un concept album sulla separazione romantica. Nel mainstream, Mondo Marcio aveva effettuato un esperimento simile con l’EP My Beautiful Bloody Break Up. Questo progetto ti ha ispirato?
Devo dire che, anche se ho ascoltato Mondo Marcio quando ero più piccolo, non conoscevo questo progetto e ora me lo andrò a recuperare.
In ogni caso no, non è stato un riferimento. L’ispirazione arriva soprattutto dal bagaglio musicale che ho ascoltato negli anni: Marracash, i Dogo, Claver, Mezzosangue… ci sono molti brani che raccontano storie simili, ognuno a modo suo.
L’unico vero riferimento che ho avuto in questo periodo è stato Kanye West. “808s & Heartbreak” affronta un tema molto simile ed è interamente dedicato alla sua ex. Ovviamente le sonorità sono molto lontane dalle mie, ma come idea concettuale è probabilmente quello che si avvicina di più.

Soliloquio è una poesia di Ungaretti. La poetica italiana è stata parte del processo interiore che ti ha portato alla creazione dell’album?
Sicuramente la poesia italiana è una componente importante nei miei testi. In “Soliloquio” mi ha colpito la vicinanza con un’idea tipica di Ungaretti: cercare l’altra persona dentro di sé.
È un concetto molto simile a ciò che ho raccontato nel disco. Di solito, anche se non in questo caso specifico, mi capita spesso di richiamare la poetica dei nostri cantautori più importanti.
Amo il modo in cui sanno trasformare le emozioni in parole, e quella sensibilità è una caratteristica che sento molto vicina al mio modo di esprimermi.
“Tutto il resto è morto ed è rimasto Albino”. Oggi chi è Albino dopo questa esperienza? Il fatto che tu sei rimasto e non ti sei autodistrutto non è un po’ una vittoria in realtà?
Oggi Albino è una persona più forte, con magari qualche paura in più e poca fiducia in un futuro tranquillo. Ma non mi sorprende: sono sempre stato uno che fa fatica a fidarsi degli altri, fa parte del mio carattere.
Nel periodo in cui stavo scrivendo il disco, invece, l’autodistruzione c’è stata eccome: non dormivo, non mangiavo e l’ansia mi consumava. Oggi, il fatto che abbia ricominciato a muovermi, a volermi bene e a vivere davvero, per me è già una vittoria enorme. Se vuoi la pace, devi sopravvivere alla guerra.

La frase che più mi è piaciuta è:” ho silenziato il dolore per assaggiarne i dettagli”. Puoi entrare nel merito ed approfondire?
Di solito il dolore arriva come un pugno in pancia: ti stordisce, ti confonde, ti fa vedere tutto in blocco, senza distinguere nulla. Quando soffri davvero, le sensazioni sono tutte ammassate, non capisci cosa provi e nemmeno perché. “Ho silenziato il dolore per assaggiarne i dettagli” parla del contrario: non farmi travolgere, ma fermarmi.
Restare dentro a ciò che sentivo senza scappare, guardarlo pezzo per pezzo, come fosse una qualsiasi altra emozione. Solo così capisci cosa ti sta toccando davvero, dove fa male e perché.
Dentro quel caos ci sono sfumature che normalmente ignoriamo: non solo rabbia o tristezza, ma fragilità, bisogno, cambiamento. I dettagli del dolore sono la parte che fa crescere, non quella che fa male. Se impari ad ascoltarli, ti restituiscono chi sei.
Mi racconti il momento peggiore che hai vissuto durante la separazione e come ne sei uscito?
Ci sono stati due momenti particolarmente pesanti. Il primo è stato subito dopo la separazione: ho passato mesi a cercare di accettare che la persona che avevo davanti stava andando in una direzione completamente diversa dalla mia.
È stato difficile realizzare che il sentimento non bastava più per restare sulla stessa strada. Il secondo è arrivato dopo, ed è stato anche peggiore.
Per quasi due anni ho continuato a restare aggrappato a lei, con la speranza che prima o poi tutto tornasse com’era all’inizio. Quel tentativo di non lasciare andare non mi ha salvato nulla, ha solo continuato a logorarmi.
A un certo punto abbiamo capito entrambi che non si poteva più portare avanti il rapporto: era diventato tossico, soprattutto da parte mia, perché non accettavo la fine. Ogni tanto torna ancora quel vuoto, ma adesso lo riconosco, non lo combatto più. Non è un nemico: è una parte di me che ho imparato a lasciare in pace
Messaggi Vocali è un titolo che evoca la tecnologia e anche i social. Come stanno condizionando i rapporti secondo te? Quali sono pro e contro in tal senso?
La tecnologia ha reso possibile restare in contatto ovunque, sempre. È un vero vantaggio, soprattutto nelle relazioni a distanza. Ma dopo un po’ ti accorgi che non basta: parlare, scrivere, mandarsi messaggi non sostituisce la presenza, il guardarsi, il condividere la vita reale. Alla fine, tutto dipende da che tipo di persona sei e da come vivi le cose.
Io mi rendo conto di essere spesso vittima dei meccanismi dei social: il “visualizzato”, la storia vista senza risposta ai messaggi, l’ultima attività online, i like, le interazioni che sembrano dire qualcosa anche quando non dicono niente. Sono dinamiche tossiche che ti entrano in testa e ti fanno pensare troppo.
Le odio, e odio il fatto che mi condizionino, ma ci siamo nati dentro: è difficile uscirne davvero. Secondo me alcuni di questi meccanismi dovrebbero sparire.
Le conferme di lettura, le visualizzazioni, il sapere chi ha visto cosa… sono cose che alimentano ansia e paranoie. Forse per un po’ ci creerebbero confusione, ma almeno smetteremmo di leggere ogni gesto come un segnale, e potremmo tornare a vivere i rapporti per quello che sono, non per quello che ci suggeriscono le notifiche.








