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In Caso di Incendio: SistahEve riapre la sua storia e riscrive il rap veronese

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In Caso di incendio

Con In caso di Incendio, SistahEve non pubblica soltanto un album: apre davvero la sua “scatola nera”. Venticinque anni di musica, amicizie, strappi, ritorni e rinascite diventano un unico racconto, vivo e corale, costruito insieme a una scena che l’ha vista crescere e poi tornare con una consapevolezza nuova.

In Caso di Incendio è un disco che brucia e illumina allo stesso tempo — un percorso emotivo dove ogni traccia è un incendio diverso e ogni incendio richiede un modo unico per essere attraversato.

Nel confronto con ClubHipHop emerge chiaramente quanto questo progetto sia, prima di tutto, un atto di sincerità: niente pose, nessuna corsa al mainstream, ma la volontà di parlare a chi deve ascoltare. Accanto a lei ci sono SonBudo, compagno di viaggio visionario, e una rete di collaborazioni che non sono semplici featuring, ma legami di una vita. Tra aneddoti che emozionano, riflessioni su ciò che significa fare rap oggi e radici veronesi impossibili da dimenticare, SistahEve racconta il suo ritorno con la lucidità di chi ha fatto pace con tutte le sue versioni precedenti.

Quello che segue, oltre che a un’intervista su In Caso di Incendio, è il ritratto di un’artista che non ha paura di aprire le finestre dopo l’esplosione — e di far entrare aria nuova.

Come avete costruito il suono di In Caso di Incendio? Partendo dalla direzione artistica di SonBudo?

No, in realtà no. Non siamo partiti dalla direzione artistica di SonBudo per In Caso di Incendio.

Aspetti come la visione e la strategia creativa sono partiti entrambi noi due, principalmente da me la visione del disco nella sua interezza e l’aspetto creativo rispetto ai testi, mentre altro come l’aspetto sonoro e di gestione dei beat da SonBpluludo.

Per quanto riguarda aspetti come campagna pubblicitaria, coordinazione di vari professionisti creativi e definizione di obiettivi rispetto l’organizzazione sono stati curati da The Funkomatic Lab, nello specifico Jap.

Ciò detto, In Caso di Incendio è un lavoro molto eterogeneo. In alcuni casi SonBudo mi ha proposto dei beat, e li ho trovati così perfetti per ciò che avevo da dire che non ho avuto nemmeno la necessità di pensarci.

In altri, è riuscito a costruire delle sonorità a pennello per quelle che erano le mie intenzioni, devo dire che in questo ho trovato una sensibilità e un’immediatezza non scontate.

Nel complesso per In Caso di Incendio, tra studio ed improvvisazione, abbiamo cercato di seguire il flusso degli eventi, ci siamo lasciati molto trasportare dalle sensazioni, e credo il risultato sia molto soddisfacente.

Nel disco In Caso di Incendio c’è moltissimo lavoro “di gruppo”: come scegli chi può entrare nel tuo mondo sonoro?

Devo dire che mi sono fatta anche qui trasportare dal corso degli eventi. Tutti i feat presenti del disco sono di amici di lunga data o persone che ho apprezzato così tanto nel recente che non ho potuto non rischiare un “no” come risposta.

In generale tendo a scegliere le collaborazioni più a livello personale che di personalità.

Come nella vita.

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Il rap oggi è ovunque: cosa distingue il tuo approccio da quello che già sentiamo nella scena mainstream?

Beh. Questa la so e non la so. Il rap è ovunque, purtroppo a mio avviso questo dovrebbe essere una cosa positiva per chi lo ama e invece, ahimè, non lo è. Ma qui bisognerebbe aprire un capitolo a parte.

Io so cosa si può trovare in quello che faccio io. Anzitutto non sono (purtroppo o per fortuna) mainstream, nel senso che (al momento) non sono molto popolare tra gli ascolti. Sicuramente il mio approccio è onesto, pulito, e non punta ad essere per tutti, ma ad arrivare a chi deve in quanto vero.

C’è una barra dell’album In Caso di Incendio che consideri un manifesto di questo tuo ritorno?

Difficile!!! Mi viene in mente una che può sembrare superficiale ma se si va a fondo non lo è affatto: “Sulla mia lapide voglio la scritta ‘QUI GIACE LA SISTAH. HA AVUTO SETE PER TUTTA LA VITA’.” Non è all’interno di un pezzo introspettivo, ma è carica di significato.

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Quanto è stato complesso mantenere coesione tra brani così diversi nelle atmosfere nel disco In Caso di Incendio?

In realtà è stata la cosa più naturale del mondo. Io sono frutto di contraddizioni, di assurde crociate nel cervello, di bianchi e neri. Alla fine, è divertente essere me. Non sai mai cosa ti può capitare. La fortuna è di aver trovato un compagno di viaggio che sotto questo punto di vista avesse la mia stessa visione della vita, SonBudo non ha mai sentito la necessità di fare domande, per lui è sempre stato tutto molto chiaro.

Qual è stato il featuring più sorprendente da registrare e quello che è venuto più naturale nel disco In Caso di Incendio?

Per quello più naturale posso dire senza ombra di dubbio quello di “Nel Cloud” con Jap. Abbiamo alle spalle un’amicizia stupenda che dura da 25 anni, e anche una collaborazione insieme (Get Money).

Appena sono partita col le barre su questo beat che mi ha proposto SonBudo mi è stato immediatamente chiaro che la risposta doveva essere di Jap, appunto. Liscio come l’olio.

Per quello più sorprendente ho un aneddoto invece: Un pomeriggio in studio SonBudo mi dice “Ti faccio sentire una cosa”. È partita la base di “Duri a morire”. Tutti i ragazzi della “mia Verona” avevano già registrato le loro strofe. Io non lo sapevo.

Ho pianto come una fontana, ovvio. Non mi sarei mai permessa di chiedere tutte queste collaborazioni alle persone che ascoltavo da sempre, per quanto amici. È una delle immagini più forti che ho nella testa e nel cuore e non potrò mai sdebitarmi.

Hai un passato molto legato alla cultura street veronese: quali sono le radici rap che porti ancora addosso?

Tutto. Tendo ad essere piuttosto nostalgica ed essendo stata ferma a livello creativo per un bel po’ di tempo ho conservato nel cuore e nelle vene tutti i ricordi.

Ascolto ancora i CD di Jap, La Crème, Zampa, Neffa, Bassi, I Corveleno, CDB, Mistaman e potrei andare avanti. Avendo scoperto l’hip hop prima dai gruppi italiani e poi con quelle che ovviamente sarebbero le basi oltreoceano da cui quasi tutti partono, ho un piccolo vantaggio: l’ho continuato a vivere ogni giorno nelle mie amicizie e nelle serate di musica e nelle strade di verona, e queste radici, in quanto tali, non verranno mai estirpate.

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