Con “PRIMA”, Goodbye Marco firma uno dei suoi brani più lucidi e necessari.
Non un esercizio di nostalgia, ma una riflessione diretta su una società che sembra aver smarrito il contatto con l’autenticità, trasformando emozioni, relazioni e persino la musica in merce da consumare in fretta.
Il singolo nasce da un disagio condiviso, da una stanchezza silenziosa che attraversa una generazione intera e che oggi non può più essere ignorata.
In questa intervista, Goodbye Marco racconta le radici emotive del brano, il rapporto tra autobiografia e sentimento collettivo, il ruolo degli artisti in un sistema che premia spesso l’apparenza più della verità. Un dialogo sincero, senza pose né filtri, che mette al centro una domanda semplice e scomoda: cosa significa, oggi, essere davvero autentici?
Nel brano “PRIMA” parli della perdita di autenticità nelle relazioni e nella società moderna. C’è stato un momento preciso che ti ha fatto capire che qualcosa, oggi, non funziona più?
Non ricordo il momento preciso, ma so che non l’ho notato ieri, è una cosa che va avanti da un po’ di anni. Solo che ora lo stanno iniziando a notare anche gli altri. Anche chi non vuole o non riesce ad ammetterlo, sa che “c’è qualcosa che non va”.
L’amore, la rabbia, è tutto mercificato. Le cose si fanno perchè tutti gli altri le fanno, non perché qualcuno sia davvero propenso a farle. Siamo finiti in un loop che critichiamo all’infinito, senza però uscirne mai davvero. E siamo stanchi, solo che “non possiamo permetterci” di fermarci un attimo. Questa mancanza di valori, di autenticità si tocca quasi con mano, non si può più fare finta di niente. Non siamo più uniti. Di conseguenza, ne risente la musica, il lavoro, la vita, tutto.
Il pezzo non è un inno nostalgico, ma una critica a come stiamo cambiando. Qual è, secondo te, la responsabilità della musica — e degli artisti — in questa deriva sociale?
Parto dal fatto che auguro a tutti di farcela e di fare un mucchio di soldi, dico davvero. Però, sarebbe anche bello sentire più gente che, in primis, sia veramente affamata e abbia voglia di dire qualcosa, di lasciare il segno. Non solo chi ha capito come entrare nel gioco per poi fare il furbetto. È ciò che vorrei se fossi solo un ascoltatore.
Non c’è odio in questa affermazione, semmai, un invito a farmi stare serenamente zitto, per essermi gasato o emozionato dopo aver sentito un brano, che non parli solo di quanto i tuoi amici facciano brutto. Quindi, penso che personaggio o no, tu debba usare il tuo potere per influenzare ed ispirare le persone a rivedersi in qualcosa di autentico per poi agire e stare meglio.

Quando scrivi di ricordi e momenti semplici del passato, quanto c’è di autobiografico e quanto invece è un riflesso collettivo di una generazione che si sente sempre più disorientata?
Tutto autobiografico. Mi rendo conto, però, che nel brano vado a toccare punti e immagini che riflettono il riflesso di una generazione che si sente disorientata, perché banalmente sono cose che sento io in primis, ma anche gli altri. Poi ognuno da una sua interpretazione, ma il messaggio è chiaro.
“PRIMA” ha un sound elegante ma ruvido, che amplifica la sincerità del testo. Come hai lavorato alla costruzione del suono e quanto ha influenzato il messaggio finale?
È avvenuto tutto assieme. Un giorno siamo scesi al mare, il giorno dopo l’abbiamo scritta. Io sentivo quelle cose dentro, lui anche, perché fanno parte dei nostri discorsi, della nostra visione, quindi, ci è bastato uscire un attimo da Milano, per darle vita. Ci siamo chiesti: Cos’è che ci annoia così tanto? Perché sono tutti spenti? Cosa vorremmo dire davvero? E abbiamo seguito il processo.

In un mondo che corre e che sembra chiedere costantemente performance e apparenza, dove trovi oggi autenticità nella tua vita quotidiana e nel tuo percorso artistico?
Nelle cose che mi piacciono realmente, quelle che mi fanno sentire vivo. Nella semplicità. Sarà banale, ma è anche vero. Anche io faccio parte di quelli che sono saturi di un sacco di cose, quindi, cerco di apprezzare le cose semplici e genuine. A volte ci riesco e a volte no, ma quando accade, le stronzate spariscono. Ti accorgi che è tutto finto, quindi cerchi la versione migliore delle cose, e vuoi o non vuoi, risiede sempre nei gesti autentici. E di questi tempi ne abbiamo davvero bisogno.







