Catalano è un freestyler nato a Vasto che ha avuto una vita complessa. A 29 anni, sotto un ponte, becca John Durrell a fare freestyle. Da quell’incontro, la sua vita cambierà per sempre. Catalano comincia a partecipare alle battle e si appassiona alla disciplina. Una settimana dopo aver conosciuto Durrell, Catalano si mette in gioco nella sua prima battle. La sua avventura è stata repentina. Dopo un mese dal fatidico incontro, Catalano partecipa allo Scrauso e si cimenta nell’organizzazione di tre battle. Il freestyle, ha salvato tanti ragazzi dalla strada e si è occupato del sociale. Catalano ha creato la crew Verace.
Ancor prima dei Muretti, ha girato nei contest di tutte le tappe d’Italia ed anche all’estero. Catalano ha partecipato ad una finalissima a Pescara, storica. Catalano ha partecipato a vari contest importanti in Italia. Nonostante le critiche ricevute a livello stilistico, Catalano è sempre riuscito a catturare l’attenzione del pubblico.
Catalano si diverte ed è conosciuto da tutti. Darbula, Doxy e Mr. Dice, li ha scoperti lui. Catalano ha appena lanciato Diego. Una delle rime più ricordate di Catalano è:” Catalano non ha flow, Catalano non ha incastri, Catalano non ha niente, ma entra nel cuore della gente”. La frase è emblema della personalità di Catalano. Una sua Battle ha mezzo milione di visual. Il freestyle ha salvato Catalano dalla depressione. Oggi, Catalano si presenta nel game con il suo primo EP, intitolato CATALANOMANIA. Ho deciso di intervistarlo per saperne di più!
Ciao Catalano, benvenuto e grazie! CATALANOMANIA è il tuo primo progetto. Mi racconti da cosa nasce la voglia di incidere questo EP e soprattutto qual è l’intento primario che hai voluto imprimere nel lavoro?
Innanzitutto io vengo da 7 anni di gavetta. Il freestyle mi ha salvato la vita, ho performato in tutti i palchi d’Italia ed organizzato battle in ogni angolo della penisola. Questo EP arriva anzitutto perché io faccio rap per regalare sorrisi alla gente e quant’altro. Purtroppo, in questo momento, causa motivi familiari e lavorativi – sperando che un giorno realizzo il sogno di tutti gli italiani: il posto fisso – posso girare veramente veramente poco. In precedenza, avendo un lavoro saltuario, potevo muovermi maggiormente. Così come quando avevo la partita IVA.
Non andando più alle battle, ho deciso di realizzare un EP. Non mi sento un professionista. Voglio cominciare ad intraprendere questo percorso musicale per lasciare qualcosa anche da questo punto di vista. Ciò a cui tengo di più è invadere l’ascoltatore di leggerezza e sorrisi. Pur avendo dentro l’EP due pezzi a tema sociale, invito sempre i fruitori a non prendersi mai troppo sul serio. Non sono un rapper e non mi interessa definirmi. Sono semplicemente Mario Catalano. Non sono né un rapper, né un freestyler. Sono me stesso. Voglio portare leggerezza, sorrisi e anche un po’ di aspetti sociali.
Uno dei tratti migliori dell’album è sicuramente l’ironia. Si percepisce la tua voglia di far sorridere l’ascoltatore. Quanto è importante per te avere una filosofia di vita basata sempre sul sorriso e sulla positività?
In questo momento noto un appiattimento stilistico predominante. Ormai sono quasi tutti uguali. Cerco sempre di portare sorrisi, dato che io sorrido nella vita. Ti cito un pezzo del grandissimo Lino Banfi, presente nel film Grandi magazzini. In quel film, c’era un direttore – interpretato da Michele Placido – sempre tutto incazzato e imbronciato. A quel punto, Lino Banfi gli legge il giornale ed afferma:” ma tu c’eri a Bogotà”? E il direttore risponde di no. A quel punto Banfi, rilancia:” che ti incazzi a fare, allora”? E cita una tragedia in Giappone, concludendo il tutto con: “e non ti incazzare più”.
Già ci sono tanti problemi nella vita – davvero enormi – per cui nella musica cerco di trasmettere sorrisi. Personalmente, cerco di sorridere nella vita. Con tutte le robe che mi sono capitate nella vita, avrei già dovuto mollare. Un’altra persona, sicuramente non avrebbe resistito così come ho fatto io. Un altro poteva davvero reagire in maniera totalmente fuorviante. Invece, io cerco di sorridere. Se non sorridi alla vita, la vita non ricambia. Mi sono tatuato questa frase e cerco di trasmettere queste vibe e questa filosofia esistenziale.
In CATALANOMANIA, affermi:” non darei mai via la mia dignità per finire su The Dome” e: “il Tecniche è rimasto a 20 anni fa, ma non avete le palle di dirlo a Mastafive”. Queste barre sono rivolte alla scena del freestyle. In questo movimento, noti troppa omologazione e poca voglia di ribellarsi?
Innanzitutto ci tengo a dire che The Dome è l’unica pagina buona che tratta di freestyle italiano. È un magazine che va solo ringraziato. La mia provocazione nasce dal fatto che nel freestyle, esiste la guerra dei poveri. C’è sempre stata. Hai presente le figurine panini? Io ti do Del Piero, tu Totti. Nel freestyle, si scambiano favori per ottenere serate. Addirittura, quando entra in gioco qualcun altro, si cerca di tagliargli la testa. Ma non funziona così. Per come la vedo io, nel freestyle italiano, sono diventati/e tutti/e delle puttanelle. Anzi, delle Puttane. Addirittura, la gente smezza i quarti di finale per accaparrare due spicci. Ma che cazzo significa sta roba dei soldi? Noi siamo artisti, promuoviamo arte. Purtroppo, oggi, anche nell’ambito del freesta, il primo pensiero è il vile denaro e a me questa cosa non piace per niente.
Alcuni farebbero bocchini per apparire su determinate pagine. Personalmente, sono andato in televisione per puro caso, non me la sono cercata. Mai leccato il culo a nessuno e mai lo farò, pure se John è uno dei miei amici più importanti. Questo voglio trasmetterti. Nel freestyle italiano, c’è del marcio, ma nessuno lo dice. La verità è che non siamo tutti amici. C’è anche gente che non si dedica a questa disciplina per una questione artistica, bensì per interesse personale. Mastafive è la storia del freestyle italiano. Ha dato e fatto veramente tanto per il freestyle italiano e se non ci fosse stato lui, probabilmente non esistevano determinati freestyler attualmente.
Ti faccio un parallelismo con Maradona. Diego Armando è stato una divinità a Napoli, talmente tanto divinizzato che anche la sua privata non poteva essere criticata. Ma tutto ciò non è giusto: bisogna scindere la sfera personale da quella professionale/lavorativa. Io voglio molto bene a Mastafive, è una persona meravigliosa, però il Tecniche Perfette non è più il contest nazionale che i freestyler vogliono vincere. Ora i ragazzi puntano al Tyson, non al Tecniche, per cui secondo me il Tecniche Perfette non è più il contest nazionale di rilievo. I tempi sono cambiati, bisogna evolversi su certi aspetti.
Il Tecniche Perfette è rimasto troppo ancorato alle sue regole. Come ad esempio, il fatto che mette in palio solo la qualificazione e non un premio in denaro. In più, ci vuole una giuria competente. Nell’ultimo Tecniche, in giuria c’era Casco, ma Casco non ha mai fatto battle al sud. Al tavolo della giuria, ci vuole un campione del Tecniche. Questi sono giudizi miei. Con Casco, adesso, il contest lo vedo migliorato, però secondo me alcune scelte non stanno né in cielo, né in terra. Non ci sono video nelle tappe del Tecniche. Al giorno d’oggi, non pagare un videomaker è grave. Che cazzo lo fai a fare?
Bisogna aggiornarsi in base ai tempi. Le teste di serie non vengono pagate al Tecniche e vengono esclusi anche i FEA. Gli ultimi campioni del Tecniche non sono ai livelli di Bruno Bug, Drimer ed Hydra. Tutto questo, fa riflettere. L’anno prossimo, il Tecniche avrà un campione che sarà un freestyler mediocre. Per ora, gli è andata bene perché ha pescato Grizzly, Redrum e Kyn, ma ogni anno il livello scenderà perché Masta non vuole pagare le teste di serie.
Si è impuntato. Perdipiù, Mastafive ha scelto di non entrare in FEA. È affiancato da gente non al top della competenza. Con Mastafive in FEA, il Tecniche sarebbe tra i migliori contest italiani. Purtroppo, ha scelto di entrare nei Vikings e certa gente di quella crew, approfitta della bontà di Mastafive e lo consiglia male. Tutto qui. Il mio consiglio a Masta è: guadagna un po’ meno dal Tecniche, ma inserisci dei video e premi in denaro. Poi lui sa quello che deve fare ed è sicuramente più esperto di me, alzo le mani.
Lo dobbiamo solo ringraziare. Però è arrivato il momento che Masta si aggiorni o dia spazio ad altri. Magari potrebbe passare il Tecniche alla regia di John Durrell o Rango. Dico solo la verità. Quella che nessuno ha il coraggio di affermare. In questa intervista, voglio dire tutto e tu non devi cancellare niente.

In TI HO CONOSCIUTA SU TINDER analizzi i social e le conoscenze che derivano da questi strumenti. A tal proposito, ti chiedo: secondo te la tecnologia è un problema in sé o lo diventa a causa del cattivo utilizzo da parte del fruitore?
TI HO CONOSCIUTA SU TINDER è una storia costruita su un autobus. Anche la mia ex moglie l’ho conosciuta sui social, per cui li considero una piattaforma utile anche per conoscersi. Allo stesso tempo, i social sono un luogo pericoloso e di cui bisogna stare attenti. Per come la vedo io, dovrebbero integrare la patente per l’utilizzo social. Questa estate, facevo il guardiano notturno e nel frattempo avevo le cuffie e creavo dirette su Tik Tok per interagire con le persone. Ogni tanto, organizzavo anche dei match, facevo freestyle e la gente mi donava pure qualcosina con cui arrotondavo lo stipendio. Qualcosina riuscivo a racimolare, stavo andando anche bene.
Improvvisamente, entro in un giro di dirette in cui ho conosciuto tante belle persone. Ho avuto modo di interagire anche con ex detenuti, coi quali mi rapportavo in serenità. Passavo del tempo, mi piaceva anche. Dal nulla, però, scopro che c’è un contatto falso, un profilo fake su Tik Tok. L’utente camuffato, aveva una voce d’alieno ed insultava le persone. Continuava a farlo per denigrare gli altri. Secondo me è un disagiato, ma intelligente.
Fa dei discorsi incredibili. A una certa, questo soggetto, ha cominciato a creare zizzania tra la gente, ed io mi sono ritrovato a litigare con delle persone su Tik Tok. Queste ultime, mi hanno minacciato di botte, di mazzate e quant’altro. La colpa era di questo soggetto. Addirittura, sono stato accusato da donne di una certa età. Alla fine, il fake che ha combinato? Lui sugli insulti è un meschino e schifoso. Insulta pure i bambini e prende le foto dei defunti. Fa delle cose veramente oscene, vergognose e gravi. Comunque questo che fa, senti: poiché io sono stato sposato con una ragazza di etnia Rom, lui ha convinto la mia ex moglie che ero io quello col profilo falso dalla voce aliena.
Mi sono ritrovato persone sotto casa che mi hanno controllato il telefono e addirittura ho dovuto parlare con un Rom di Giulianova, convinto dal malfattore. Un Rom che faceva le dirette. Nonostante abbia denunciato questo essere 4-5 volte, mi sono tolto Tik Tok. Ero entrato in un circolo vizioso pazzesco. Quelli che hanno una vita di merda e prendono un po’ di follower, si sentono dei re, delle divinità. Ricordiamo che Tik Tok, può essere anche un luogo di riscatto. I social aiutano quelli con la vita di merda che poi sono venerati sulle piattaforme. Il social può anche salvare la vita economicamente. In alcuni e rari casi, ovviamente.
Ho deciso di chiudere Tik Tok. Dei social, ho preso la parte positiva e negativa. Non li condanno: ho avuto esperienze bellissime. Allo stesso tempo, ci sono pro e contro. Bisogna stare attenti ed aprire gli occhi. Il tipo minacciava sul profilo facebook di mio padre che ha 70 anni. Pensa che vile. È degenerato tutto. Nonostante le denunce, lui continua. Non siamo tutelati. Non si riesce a scoprire chi è. Assurdo davvero.
ER CACIOTTA è uno storytelling che prende spunto dalla storia del figlio di una prostituta. A tal proposito, ti chiedo: a livello di discriminazioni, come siamo messi nell’ambito del freestyle e nell’ambiente del rap italiano?
ER CACIOTTA è tratta da una storia vera. Ho scritto il testo, basandomi su due robe accadute nella vita reale. Ho due amici con le mamme prostitute ed entrambi mi hanno raccontato questa storia di Caciotta. Innanzitutto penso che la prostituzione debba essere legalizzata. Per cui, a livello sociale, bisognerebbe fare questo passo decisivo. Tanti vanno a prostitute e c’è necessità di tutela, sia per il cliente che per le donne. Quante cose brutte accadono alle prostitute in strada? Aprendo le case chiuse, si risolverebbero moltissime questioni legate alla sicurezza.
Tutto registrato: scontrino, partita IVA, analisi del sangue. Bisognerebbe trattare la prostituzione come un vero e proprio mestiere, con tutto quello che comporta. Andrebbe tutto meglio. La prostituzione va legalizzata. Viviamo coi pregiudizi. Se una indossa la gonna corta, ecco che le diamo della puttana. Veniamo educati male, sia a livello social che nella quotidianità. Quelli che giudicano, hanno sempre uno scheletro nell’armadio peggiore. Nei miei confronti, il freestyle è molto aggregante. Non giudichiamo, però all’inizio, a Bologna, un freestyler mi viene testa e testa. Io essendo apolitico, non abbasso la testa davanti a nessuno.
Questo mi ha dato del fascista per anni. In realtà, sono apolitico, non capisco né di destra né di sinistra, però essendo stato sposato con una ragazza di etnia Rom, ho subito il razzismo e tante cose brutte. Per cui, odio le discriminazioni. Sto tizio, mi ha staccato tutti gli adesivi della Verace a Bologna. Viviamo in un contesto pregiudicante. Va battuto con la cultura. Bisogna acculturarsi. Nel 2026, non è possibile parlare ancora del problema razzista. Se lo facciamo è perché siamo ancora arretrati. Siamo negli ’40. Questo è ciò che penso. C’è troppa discriminazione.
In questo EP, ti sei messo in gioco anche come rapper. Quali sono le differenze principali tra l’essere un MC, un rapper o un freestyler. Come trovare un equilibrio tra queste discipline?
Partiamo dal presupposto che io non mi sento un rapper. Mi considero molto più un freestyler che un rapper. Faccio musica di cuore, col cuore. Musica in rima. Per me, i rapper sono altri. Il freestyle mi diverte di più, a causa del rapporto col pubblico e quant’altro, però mi hanno insegnato che il freestyle lo svolgi perché ti piace. Frase di un amico che non c’è più. “Noi facciamo freestyle perché questa disciplina ci trasmette emozioni assurde che solo un Battle può farti provare e trasmettere”.
La reazione e il calore del pubblico, sono incredibili. I brani rimangono maggiormente nel tempo. Anche se oggi c’è YouTube, quindi pure il freestyle è maggiormente longevo. Misurarmi con la scrittura è stata una bella sfida. Questo è solo l’inizio di un progetto, di un percorso. Mi sento che ho potenziale, sto bene con me stesso. Voglio toccare tanti temi sociali: questo è solo l’inizio di un lungo tragitto. Voglio creare qualcosa di mio. Le differenze tra il lavoro da studio e il freestyle esistono, sono innumerevoli.
Le due discipline, dovrebbero integrarsi insieme. Preferisco fare freesta, ma l’età avanza e i problemi aumentano. Quindi, purtroppo, dovrò mollare la presa e non fare più freestyle. Sto già studiando un dopo perché io senza musica ed arte, appassisco. Non posso stare senza. Però ripeto: non mi sento un rapper, sono solo Mario Catalano. Non mi considero neanche tanto bravo. Faccio musica, stop. Ci sono tanti artisti molto bravi. Voglio mettermi in gioco ed accettare miliardi di critiche. Ecco perché mi sono lanciato anche su Spotify. Non temo il confronto.

Quali sono i principali problemi del freestyle italiano e del rap nostrano? Quali invece, i punti di forza?
Il freestyle è ad ottimo punto. Ci stiamo evolvendo, fra 5-10, saremo sullo stesso livello della Spagna e degli spagnoli. Questo è poco, ma sicuro: fidati di me. Purtroppo, non siamo un movimento unito. Il freestyle italiano è spaccato. Ci sono dei talenti diventati fortissimi. Sta sbocciando un bel percorso. Voglio soffermarmi sui lati positivi. Il freestyle italiano nessuno lo conosceva prima, oggi invece è una disciplina parecchio battuta.
Gli stessi rapper che non sono dell’ambiente, si ritrovano a guardare o giudicare una battle. Il freestyle è aggregazione. I muretti, ad esempio creano un ambiente figo. È un habitat. Il muretto però non forma il freestyler, nel senso che poi se hai un muretto, non vai più in trasferta. Non ti fai le spalle larghe in quel senso. I muretti hanno creato utenza, ma meno qualità probabilmente. Oggi c’è una generazione di freestyler fortissima, ma piano piano tutto andrà a scemare. Te lo dico io. Non ci sono più freestyler che girano. Il rap italiano lo seguo poco. Penso ci sia uno schifo incredibile dietro. Io dico che sono scarso, per carità, però almeno rappo. Qua vedo fantocci cantare in playback e mimare sotto la musica.
Questo è assurdo. Oggi scrivono una canzone, fanno una hit, vanno in discoteca a fare serata e si sentono arrivati. I rapper di oggi, non sanno cos’è la cultura hip hop, pensano solo al cash. Non sanno cosa sia l’hip hop. Non dobbiamo etichettare alcuni rapper odierni. Non dobbiamo discriminare o fare i puristi. Osserviamo il bicchiere mezzo pieno e mezzo vuoto. Non punto al mercato: voglio solo divertirmi. Non dobbiamo essere estremisti. C’è sempre un lato positivo. Di rapper puri, non ne esistono più. Oggi fai successo, ti vendi e vai a Sanremo. Questo è. Rapper veri, ne sono rimasti veramente veramente pochi.
Catalano, sei una persona che ha cercato di salvare i ragazzi dalla droga e portarli nel freestyle. Ti sei battuto per la socialità. Ti chiedo: come valuti questo rap italiano che idolatra l’uso e consumo di sostanze così dannose?
Prima nel freestyle italiano, non giravano le droghe pesanti. Anzitutto, per me questa è merda e la condanno sempre. Purtroppo, qualcuno nel movimento, ha deciso di emancipare l’uso di sostanze di un certo tipo. Si trattava di droghe pesanti. Utilizzavano la gimmick della droga per fare urlare il pubblico. Nel freestyle italiano, la maggior parte dei ragazzi sono tranquilli, tanti vanno all’università. Inutile portare un cattivo messaggio del genere.
Tanti freestyler, hanno fatto ciò, trattando le tematiche di droga come superficiali. Ci vuole maggiore responsabilità, ed evitare certe robe. Poi non sono San Patrignano, semplicemente ho cercato di salvare dei ragazzi e non ci sono riuscito. Ho provato pure a convincere di andare in un Convento da un prete che mi ha salvato la vita, ma niente da fare. Un freestyler di Reggio Emilia, poteva diventare un fenomeno, ma a causa delle droghe e delle sue scelte, purtroppo si è rovinato un po’. Dispiace, ma è così. L’arte in linea generica può essere libera.
Se uno vuole parlare di droga, scelta sua. Noto troppo esaltati per barre di droga. L’artista, può dire ciò che vuole ed esprimersi a modo suo. Non sono contrario a certi rapper. Vuoi parlare di droga? Fallo, cazzi tuoi. Noi freestyler però, dovremmo tutelare il nostro ambiente che è esente da queste vicissitudini.







