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L’Incredibile visione di Dani Cibbi e Suecra: “Bella Domanda” e il rap che torna a piantare semi di coscienza

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dani cibbi

Dieci anni. Tanto è rimasta sospesa l’idea di “Bella Domanda”, il nuovo album di Dani Cibbi e Suecra nato quasi per caso e diventato oggi un progetto costruito attorno a dubbi, consapevolezza e ricerca personale.

Un disco quello di Dani Cibbi e Suecra mette la scrittura al centro e sceglie di andare in direzione opposta rispetto alla velocità del presente. Ne abbiamo parlato con i due artisti tra rap, morte, autenticità e bisogno di lasciare qualcosa che resti nel tempo.

“Bella Domanda” è un titolo che vi portate (Dani Cibbi e Suecra) dietro da quasi dieci anni. Quando avete capito che quella frase doveva davvero diventare un disco?

Dani Cibbi: Lo abbiamo capito fin dal primo momento. In realtà è stato buffo, perché è un titolo nato quasi per una punchline: alla domanda “Come lo chiamiamo?”, la risposta “Bella domanda” è stata presa alla lettera.

Dieci anni fa, però, non sapevamo ancora che avremmo realizzato un disco basato su domande esistenziali. È stato tutto così naturale e genuino che non avremmo potuto fare altrimenti. Poi si sa: i lavori in cantiere spesso si prolungano per vari motivi, eppure l’unica certezza assoluta è rimasta proprio il titolo. Ed è assurdo che esprima esattamente l’opposto della certezza.

Ascoltando il disco si percepisce una forte attenzione alla scrittura. Quanto è stato importante restare fedeli alla vostra idea di rap?

Dani Cibbi: Ci fa molto piacere che si percepisca la volontà di dare più peso alla scrittura. È stato tutto molto naturale e sicuramente è stato importante mantenere la nostra idea di rap, anche se non riteniamo che l’obiettivo di questo album sia “insegnare la disciplina”.

Per noi sarebbe stato molto più difficile rifarci a cliché comuni e inseguire i trend del momento, anziché realizzare questo disco. Se avessimo provato a uniformarci, probabilmente i brani non avrebbero nemmeno avuto flow.

Il fatto che sia un progetto coerente è fondamentale, perché alla resa dei conti è proprio questo che emerge e che lo rende un’opera singolare, al di là della tecnicità dei brani.

Il progetto è guidato da un’unica formula: la sua esigenza. Ovvero una forte richiesta all’ascoltatore di confrontarsi e di non dare mai nulla per scontato, soprattutto in quest’epoca in cui tutte le risposte sembrano sempre a portata di mano.

Dani, il tuo percorso personale ha cambiato radicalmente il tuo modo di fare musica. In che modo?

Dani Cibbi: Le esperienze che ho vissuto hanno sicuramente cambiato il mio modo di fare musica, ma è stato un processo graduale e purificatorio.

Più che sovrascrivere determinate esperienze, credo che mi abbiano permesso di liberarmi da alcuni cliché, eliminando filtri che avevo costruito nel tempo.

Quando ero ragazzino ricordo che il mio modo di scrivere era puro e genuino; poi, conoscendo altri rapper, ho iniziato a interpretare ruoli che non mi appartenevano fino in fondo.

Oggi la mia scrittura è tornata a essere pura, molto più simile a quella degli inizi rispetto a quella di qualche anno dopo. Chiaramente la tecnica acquisita apporta molto, ma il fulcro resta sempre il nucleo.

Inoltre, guardare il mondo da altre prospettive e vivere in altri Paesi non ha fatto altro che confermare la sensazione che qui in Italia ci sia qualcosa che non funziona. Anche in questo caso, già da bambino soffrivo molto gli schemi sociali che ci circondano.

Quindi, in che modo il mio percorso ha inciso sul mio modo di fare musica? Radicalmente. Ma, allo stesso tempo, ha riportato la mia arte a ciò che è sempre stata nel profondo.

Suecra, oggi il rap ha ancora la forza di essere davvero scomodo?

Suecra: Il genere musicale che nella mia vita mi ha coinvolto maggiormente è quello di denuncia, dal basso verso l’alto, ed è la componente che si è radicata nel mio modo di vivere e, di conseguenza, di scrivere.

Per quanto riguarda la situazione odierna, probabilmente l’errore sta proprio nell’approccio iniziale: bisognerebbe innanzitutto capire il significato della parola “scomodo”.

Per esempio, molti credono che parlare di droghe, sesso oppure utilizzare bestemmie e parolacce sia “scomodo”, eppure gli stessi vengono retribuiti da realtà che fanno parte integrante del sistema stesso.

In poche parole: “Chi è davvero pericoloso viene ucciso, mica pagato”.

Com’è stato trovare equilibrio tra due penne diverse all’interno di un disco così personale?

Dani Cibbi: Ci conosciamo da più di dieci anni. Ci siamo visti crescere e cambiare, oltre ad aver scritto insieme una miriade di tracce, anche se molte non si trovano sul web.

Quello che ci accomuna, alla base, sono i princìpi e l’intenzionalità. Quando conversiamo tra di noi è raro che emergano contraddizioni nette: è come se ogni intervento servisse semplicemente ad apportare un nuovo punto di vista, senza annullare o schiacciare quello dell’altro.

Fare questo disco è stato esattamente come avere una lunga conversazione tra di noi e, per questo motivo, le nostre differenze non cozzano, ma apportano valore.

Inoltre, nonostante le svariate differenze, proviamo un bene reciproco davvero profondo e ci confrontiamo spesso su qualsiasi tema. È anche per questo che, in quest’album, è come se la penna fosse una sola.

“Dopo di Lei” affronta il tema della morte in una maniera particolare. Come è nato quel brano?

Dani Cibbi: Nel 2017, quando abbiamo dato origine all’idea di questo album, tra le tracce in cantiere ce n’era una intitolata Come Dio invecchia rispetto alla morte, che avevamo registrato ma mai pubblicato.

Quando l’anno scorso abbiamo ripreso in mano il progetto, ci siamo resi conto che sarebbe stato difficile rivisitare quella traccia. Così abbiamo deciso di mantenere soltanto l’idea di parlare della morte.

Diciamocelo: la regina delle domande è proprio lei. “Cosa c’è dopo la morte?”. Non potevamo sprecare quest’occasione.

Per quanto riguarda la scrittura del brano, possiamo dire senza dubbi che è stata la più complessa: una delle prime tracce immaginate e una delle ultime a essere concluse.

La difficoltà maggiore è stata comprendere quale sensazione comunicare. Solitamente questo tema viene affrontato con tristezza, ma non era ciò che volevamo trasmettere.

Ci siamo chiesti cosa volessimo realmente lasciare al mondo anche dopo la nostra scomparsa sul piano terreno.

Probabilmente è stato un lato del nostro subconscio a suggerirci questo brano. Oggi non possiamo dirlo con certezza, ma una cosa è sicura: adesso è alla portata di tutti.

Oggi c’è ancora spazio per album così nel rap italiano?

Dani Cibbi: Ci deve essere.

Quando il gioco si fa duro, arrendersi non è di certo la risposta giusta. Anzi, riteniamo sia necessario cambiare direzione rispetto alla massa, rompendo, anche nel nostro piccolo, le regole del gioco.

Questo disco non è stato concepito con l’idea di catturare l’attenzione per una settimana o per qualche mese. È stato concepito con l’intenzione di piantare un seme di coscienza nel pubblico, affinché possa poi fiorire negli ascoltatori con il passare degli anni.

Oggi il pubblico del rap italiano sta crescendo e i ragazzini che ascoltavano musica volatile stanno diventando uomini alla ricerca di qualcosa di concreto.

Anche se guardandosi attorno a volte può sembrare il contrario, vivendo questa musica dall’interno ci si rende conto che questo processo di evoluzione esiste davvero.