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Theus El Ribeiro, IL N*GRO è riappropriazione culturale. L’intervista

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Theus El Ribeiro è un rapper italo-brasiliano nato a San Paolo, Brasile, nel 1995. L’artista, fu adottata da una famiglia italiana, in particolare di Spinetta Marengo, provincia di Alessandria.

Comincia ad interessarsi al comporre rime ai tempi del COVID-19 freestyle. Da lì il suo percorso comincia. Dopo 5 anni di gavette live e contest, il 30 gennaio pubblica il suo primo progetto con un titolo non banale e abbastanza pesante e rappresentativo: IL N*GRO. Ho deciso intervistare Theus El Ribeiro per farmi raccontare qualcosa in più di questo nuovo lavoro.

Ciao Theus, benvenuto e grazie! IL N*GRO è il tuo nuovo album. Partiamo dal titolo: cosa rappresenta per te questa parola e come valuti il concetto di black culture rapportato all’Italia moderna? Noti che gli italiani abbiano bene in mente il concetto?

Il titolo è una riappropriazione necessaria. È una parola che mi è stata scagliata addosso spesso con odio, e ho voluto disinnescarla, rendendola il mio stendardo.

Per me rappresenta l’orgoglio delle mie radici e la crudezza della mia realtà. Sulla Black Culture in Italia? Siamo ancora indietro. Spesso viene usata come estetica, come moda, svuotata del suo significato di lotta e sofferenza.

Gli italiani conoscono il ‘prodotto’ hip hop, ma in pochi hanno approfondito la cultura che c’è dietro. Questo disco serve anche a questo: a ricordare da dove viene tutto.

L’hip hop è nato per dar voce agli oppressi e la black music è il fondamento del 90% dei generi musicali. Perché l’80% del rap italiano sembra aver dimenticato questi concetti?

Il problema è che oggi il rap è diventato il nuovo pop. Molti vedono solo i soldi e la fama, dimenticando che questa musica è nata nei block party, nel disagio, come valvola di sfogo per chi non aveva voce.

L’80% della scena italiana ha perso quel contatto perché cerca la hit radiofonica o il balletto su TikTok. Io non faccio musica per piacere a tutti, faccio musica per rappresentare chi si sente oppresso o emarginato. Se dimentichi le radici, l’albero cade.

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Il disco è molto Gangsta. Che visione hai della street life? L’arte come si colloca in determinati ambienti?

Più che ‘Gangsta’ nel senso cinematografico, il disco è crudo, è reale. La mia visione della street life non è quella di esaltare il crimine, ma di raccontare le dinamiche di sopravvivenza che vedo ogni giorno.

L’arte, in questi ambienti, è l’unica via di fuga o l’unico specchio onesto. Quando vieni dalla strada, non hai bisogno di inventarti personaggi: la tua arte trasuda quello che vivi. La mia musica non è un film, è un documentario.

Theus, nel tuo modo di rappare, a livello di vibe e timbro vocale, mi ricordi molto Niggadium. Esiste una reference precisa?

Sai che non sei il primo? In tanti mi hanno fatto questo accostamento! Ti dico la verità: non conosco a memoria ogni sua rima, ma so bene che è un pezzo di storia sacro.

Se ti ricordo lui, me lo prendo tutto e ringrazio, è un onore! Non c’è uno studio a tavolino, evidentemente quella vibe classica e stilosa gira nell’aria e l’ho respirata un po’ anch’io.

Però, sia chiaro: io sono Theus. Rispetto le leggende, ma ci tengo alla mia identità. Non sono la copia di nessuno, porto la mia faccia e la mia storia.

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Qual era il focus primario di questo disco? Il fuoco da cosa è scaturito?

Il focus era l’identità. Volevo un disco che gridasse ‘Io sono questo’ senza compromessi.

Il fuoco è scaturito dalla necessità di mettere i puntini sulle ‘i’ in un momento storico in cui si parla tanto di integrazione e seconde generazioni, ma spesso a sproposito.

Avevo accumulato troppe cose da dire, troppe esperienze tra l’Italia e il Brasile che dovevano uscire. È un disco nato dall’urgenza, non dal calcolo.

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Sei un rapper italo-brasiliano. Mi spieghi le principali differenze tra il rap italiano e quello brasiliano? Pro e contro di entrambe le scene?

È una doppia anima che convive in me. Il rap brasiliano è viscerale, molto più ritmico e spesso politicamente più scorretto e diretto perché nasce in contesti di povertà estrema che in Italia, fortunatamente, vediamo meno.

Lì la musica è sopravvivenza pura. Il rap italiano ha fatto passi da gigante sulla tecnica e sulle produzioni, è più strutturato, ma a volte rischia di essere troppo ‘plastico’.

Il mio vantaggio? Porto la ‘saudade’ e la ritmica del Brasile incastrandole con la metrica e la tecnica italiana. Prendo il meglio (e il peggio) dai due mondi.

Musicalmente e a livello di contenuti che obiettivo ti sei prefissato? Sei partito dallo scegliere le strumentali e poi ci hai scritto sopra o viceversa?

L’obiettivo era creare un suono che fosse classico ma fresco, senza tempo. Non volevo seguire il trend del momento che tra sei mesi sarà vecchio. Sul processo creativo: dipende.

Solitamente parto dalla strumentale, perché il beat mi deve parlare, mi deve dare il mood giusto. Se il beat non mi fa muovere il collo o non mi stringe lo stomaco, lo scarto.

Una volta che ho il ‘tappeto’, le parole escono quasi in freestyle all’inizio, poi le rifinisco. Ma in questo disco, alcuni pezzi sono nati prima dal concetto: avevo un argomento in testa e ho cercato il suono perfetto per vestirlo.

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