CERCHIO FINALE è il primo album del collettivo Muretto Milano, pubblicato mercoledì 4 febbraio 2026, per Gold Leaves Academy. Il Muretto è un luogo di ritrovo storico dell’hip hop milanese e italiano che, dopo un periodo di stasi, negli ultimi anni è completamente rinato.
A partire dal 2023, infatti, un piccolo gruppo di artisti ha ricominciato a riunirsi ogni mercoledì sera per condividere la passione per il rap, il freestyle e tutte le altre espressioni della cultura urbana per eccellenza.
Di mese in mese, attorno a questi artisti, si è ricreato un vero e proprio movimento che conta ormai centinaia di spettatori ogni settimana e migliaia di follower sui social media. Ho deciso di intervistare la crew per farmi raccontare chicca e retroscena di questo nuovo album.
Ciao Muretto Milano, benvenuti e grazie! Cerchio Finale è il vostro nuovo progetto. Anzitutto, qual è il cambiamento più importante avvenuto tra il Muretto storico e quello odierno e da dove nasce la volontà di creare un album del collettivo?
Sicuramente la prima differenza tangibile è il numero di partecipanti. Alcuni di noi hanno iniziato a frequentare il Muretto già dieci anni fa e, dal 2016 al 2020, hanno potuto vedere sempre più scemare il numero di partecipanti fino ad arrivare, talvolta, a giornate in cui non c’era proprio nessuno.
A oggi, viceversa, spesso si arrivano a contare anche i 300 spettatori. Ciò è stato conseguenza di un altro aspetto in cui, rispetto al passato, c’è una grande differenza: l’organizzazione.
Il lavoro costante fatto ogni mercoledì sera ha garantito che, nel contesto di questa nuova ondata, negli ultimi 3 anni non ci sia mai stato un appuntamento privo della serata o di qualcuno a gestirla.
L’esigenza di fare un disco, invece, nasce da una duplice esigenza: la volontà di apporre una “firma” Muretto nel mercato discografico, cosa che ancora non era successa, e quella di dimostrare la competitività dei freestyler in ambito musicale.
Volevamo dimostrare insomma che i freestyler provenienti dai palchi più importanti d’Italia sono in grado anche di produrre episodi discografici interessanti e competitivi.
L’obiettivo, mano a mano, sarà quello di creare una scena di persone in grado sia di vincere le battle più importanti sia di fare dei dischi capaci di rimanere nell’immaginario collettivo.

Essere un freestyler e un rapper da studio sono due qualità totalmente differenti, ma che possono tranquillamente essere complementari. Come trovare un equilibrio tra queste due realtà?
Essere un freestyler e un rapper che lavora abitualmente in studio sono due qualità differenti solo fino a un certo punto. L’una, in realtà, è in grado di influenzare l’altra assai più di quanto non si pensi generalmente.
Ci viene facile fare, a tal proposito, l’esempio del nostro Cuta: lui, pur giovanissimo, dopo le tante battle, trasferte ed esperienze fatte nel freestyle, si è presentato a Nuova Scena avendo chiaramente una marcia in più rispetto alla maggior parte degli altri concorrenti.
Questo perché il freestyle ti permette di maturare esperienza nella gestione del palco, l’uso del microfono e il confronto col pubblico in maniera molto più veloce rispetto allo standard.
Allo stesso tempo, scrivere ti permette, ad esempio, di ampliare il vocabolario a cui ricorri quando stai facendo freestyle. Certamente, fare entrambe le cose affatica più di farne una sola.
Il segreto sta nel riuscire a far sì che entrambi si influenzino nella maniera migliore, il freestyle con il suo bagaglio di esperienza in più, la scrittura con la sua tendenza alla riflessione e all’analisi di ciò che stai facendo e vuoi ottenere.
Sarebbe bello, infine, che ci fosse più attenzione e rispetto da parte dei media e del pubblico nei confronti dei rapper che nascono o proseguono a fare freestyle, i cui lavori sono invece spesso sminuiti nonostante non abbiano nulla da invidiare a quelli di artisti più chiacchierati.
In fondo siamo rapper, rappiamo e facciamo anche le battle di freestyle. Talvolta, viene da chiedersi chi più di noi, in realtà, possa dirsi rappresentante di questa cultura.
AMO MILANO è una dedica ironica alla città. Come valutate l’evoluzione umana e della scena rap inerente alla città? L’industria ha condizionato irreversibilmente la mentalità di Milano? La canzone omonima di Dargen D’Amico vi ha ispirato?
L’evoluzione umana e della scena rap di Milano vanno di pari passo con la città: è un ambiente che corre a un ritmo folle e in cui devi sempre cercare di restare al passo, per quanto a volte possa diventare difficile.
Dal canto nostro, pensiamo sia più la mentalità milanese ad aver influenzato “l’industria” più che viceversa. Essendo Milano vista come “la città delle opportunità” qui hanno iniziato a radunarsi negli anni gli artisti così come i lavoratori che a vario titolo gravitano intorno allo spettacolo, facendo di Milano l’hub creativo e promozionale principale del paese.
La competizione è diventata dunque spietata e ogni giorno escono nuovi talenti in ogni settore. Nel suo tono scherzoso, la nostra “AMO MILANO” racconta anche questi riflessi della città e dell’attitudine di chi la abita, spesso disposto a tutto pur di raggiungere i propri obiettivi.
Conoscevamo “Amo Milano” di Dargen, essendo fan, ma abbiamo preferito plasmare il pezzo con la nostra personale autoironia: è uscito tutto abbastanza naturalmente senza troppe reference.
Siamo molto orgogliosi invece di aver campionato una leggenda della città come Giorgio Gaber: il sample che Scrape ha utilizzato per la realizzazione della base viene infatti dalla celebre “Io non mi sento italiano”.
Ironia della sorte, è forse il brano che più a fondo descrive l’italiano di oggi. Specie quello che vive a Milano, ovviamente.

Essendo un progetto di gruppo, come avete deciso i contenuti e le varie combo da mettere insieme?
Diciamo che le collaborazioni, come tutto il “workflow” del disco, sono tutte nate in maniera abbastanza genuina. La forza del progetto sta proprio nell’autenticità e la naturalezza con cui è stato realizzato.
Tutto è partito infatti trovandosi in studio insieme più volte, allo scopo di capire quali sarebbero state le possibili combo sulla base dei rispettivi gusti musicali e le rispettive influenze.
Nell’arco di poche sessioni tutto si è delineato abbastanza in fretta, anche grazie alla volontà di tutti di mettersi a disposizione, lavorando anche a brani fuori dalle rispettive zone di comfort.
Il risultato è stato un amalgama genuino delle tante diversità che ovviamente caratterizzano un progetto che riunisce dieci persone.
Un progetto che, però, grazie proprio alla genuinità di cui non a caso abbiamo parlato a più riprese in questa risposta, è in grado di suonare un unicum e allo stesso tempo dare conto delle diverse sfaccettature di ognuno, garantendo in tal modo che ogni ascoltatore trovi al suo interno la propria “casa” ma si senta, nel contesto dell’intero disco, parimenti a casa con tutti gli altri.
Cosa manca all’Italia per far sì che il freestyle possa diventare una disciplina professionale a tutti gli effetti? Negli ultimi anni ci sono stati forti miglioramenti, ma quanto manca per la definitiva esplosione?
La sensazione all’interno dell’ambiente è che manchi veramente poco; proprio per questo, i prossimi saranno i passi più impegnativi e difficili da fare.
La disciplina ha senz’altro raggiunto l’apice dell’interesse e del seguito mai registrati e la quinta edizione del Mic Tyson – che lo scorso dicembre ha riempito il Fabrique di Milano con oltre 3000 paganti – lo certifica.
Altro importante dato è l’ingresso nella scena di un grande sponsor internazionale come Redbull, che organizzerà anche quest’anno il proprio contest in Italia – il Redbull Frista e che nel mondo ispanico patrocina la Battala de Los Gallos, il più grande al mondo.
In questo contesto si inserisce anche il movimento dei Muretti: per noi, senz’altro, uno dei principali motivi di orgoglio è il fatto di aver ispirato la nascita e la rinascita di tanti punti di aggregazione simili in Italia.
Ormai ci sono decine di luoghi simili in ogni regione e, possiamo dire, quello del freestyle è diventato il principale e più attivo movimento culturale e artistico del Paese.
Possiamo dunque dire che molte tessere del domino sono allineate e manca poco affinché “cadano” tutte al momento giusto. Sicuramente, sarà importante una maggiore coesione e unità d’intenti tra i vari rappresentanti del mondo del freestyle: freestyler, crew e organizzazioni.
Se tutti gli attori si porranno come obiettivo l’innalzamento del livello e l’ampliamento del bacino di utenza, al di là delle differenze personali, non c’è limite ai risultati che potranno essere raggiunti. Noi siamo pronti!
Ho notato che avete sperimentato molto a livello di melodie e di sound. Quali sono state le vostre ispirazioni e quali gli obiettivi prefissati?
Il nostro obiettivo era semplice ma ambizioso: portare nel disco gli stili che più caratterizzano i vari protagonisti dell’album, così da metterli nelle condizioni di performare al meglio possibile, ma allo stesso tempo dar voce anche a tutte le ispirazioni e le sfumature del rap tipicamente milanese.
Per questo motivo si possono sentire brani come TRINITA’, chiaramente ispirato al rap del Club Dogo degli anni 2010, così come un brano quale L’INGANNO DELLA CADREGA, decisamente più vicino ad altri esponenti della scena hip hop milanese come, ad esempio, Bassi Maestro o Jack the Smoker.
L’ovvia conseguenza, speriamo, sarà aver creato un prodotto nel quale possano riconoscersi tutti gli ascoltatori: dai più affezionati al Muretto e alla scena milanese ai più “occasionali” o lontani.
In questo senso, ad esempio, un brano come FIGLI rispecchia molto la voglia di questo progetto di parlare a tutti, in quanto nonostante sia firmato da un collettivo legato a Milano vede protagonisti rappresentanti dello stesso provenienti o legati alla Sicilia, impegnati nel raccontare il passaggio dal sud al nord in cui tanti potranno rispecchiarsi.

“Il bene non dista dal male se il male consiste nei beni”: come non farsi ossessionare dal materialismo fine a sé stesso?
Sicuramente è una domanda per cui non esiste una risposta netta: quello del materialismo è un problema che grava su tutti, noi compresi ovviamente.
L’idea è che un sistema adottato dalla collettività abbia giocoforza dei problemi collettivi, anche se sono gli individui a percepirli maggiormente (il che è poi tipico del sistema in cui vive la maggior parte di noi oggi, quello più o meno capitalistico).
L’obiettivo di questa barra nello specifico, spiegato ciò, è di far sì che qualcuno ci rifletta sopra, rivedendosi in un problema individuale perché è anche un suo problema e, con questa consapevolezza, spingersi maggiormente a parlarne e ragionarne con gli altri.
Affrontare il problema può essere spinoso, ma farlo attraverso il confronto tra più parti è forse l’unica via per giungere un giorno a una società più funzionale.
È difficile, certo, perché questo mondo sembra non volerci realmente unici, ma stimolante perché solo l’unione delle unicità porta, infine, al rispetto di ognuna di esse.



