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Jey, energia femminile in un Dies Irae. L’intervista

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Jey ha pubblicato Dies Irae, progetto anticipato dal singolo Echi d’ombra. Il disco di Jey nasce dal bisogno di raccontare l’essere umano nella sua tensione costante tra luce e oscurità. Non il buio come semplice estetica, ma come esperienza emotiva e collettiva: dolore, perdita, senso di inadeguatezza, il peso di una società che impone la forza come unica forma di legittimità.

Allo stesso tempo, l’album cerca uno spazio di leggerezza autentica, intesa non come fuga, ma come fase necessaria del processo di guarigione e rinascita. Jey ha unito lirica, rap ed altri generi musicali. L’artista nell’EP mostra una spiccata sensibilità, una profondità intrigante e un’ intelligenza estremamente spiccata. In Dies Irae, le qualità femminili risaltano pienamente. Ho deciso di intervistare Jey per approfondire l’EP e farmi raccontare chicche e aneddoti inerenti!

Ciao Jey benvenuta e grazie! Dies Irae è il tuo nuovo EP. Letteralmente significa “giorno dell’ira”. È la rabbia agonistica che ti ha portato ad effettuare una catarsi interiore?

Grazie a voi per l’invito. In parte sì. La rabbia è stata sicuramente una forza motrice, ma non l’unica. Ho scelto il titolo Dies irae perché rappresenta quel momento in cui non puoi più ignorare ciò che hai dentro. È il confronto con le proprie ferite, le proprie paure e le proprie contraddizioni. La rabbia diventa una tappa del percorso, non il punto di arrivo. Attraverso la musica ho cercato di trasformarla in consapevolezza, e questa trasformazione è probabilmente la vera catarsi raccontata nell’Ep.

Cominci l’EP con un titolo evocativo, simbolico: Echi d’ombra. Che archetipo rappresenta per te l’ombra? Quanto è essenziale per l’essere umano?

Per me l’ombra rappresenta tutto ciò che tendiamo a nascondere: le paure, le fragilità, gli impulsi e persino alcune qualità che non ci permettiamo di esprimere. È una parte fondamentale dell’essere umano perché esiste indipendentemente dal fatto che la riconosciamo oppure no. Credo che molte sofferenze nascano proprio dal tentativo di rifiutare questa parte di noi. In Echi d’ombra ho voluto raccontare l’importanza di guardarla in faccia e accettarla, perché solo così può diventare uno strumento di crescita invece che una forza che agisce nell’inconscio.

Anche la cover è molto suggestiva. Nella copertina notiamo un’amazzone o una fata incastonata in una Mezza Luna. Cosa rappresenta per te questa immagine? Perché l’hai scelta e come si collega al concept dell’EP?

La figura presente nella cover rappresenta una parte di me, ma anche una figura universale. È una donna sospesa tra forza e vulnerabilità, tra sogno e realtà. La Mezza Luna richiama il concetto di dualità e trasformazione, perché la Luna non è mai immobile ma attraversa continuamente delle fasi. Mi sembrava l’immagine perfetta per rappresentare il viaggio raccontato nell’EP: un percorso in cui luce e ombra convivono e in cui l’identità non è qualcosa di statico, ma in continua evoluzione.

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Un titolo di un brano è Diavolo. Che ne pensi dell’esoterismo musicale? Segni e simboli condizionano l’inconscio collettivo? La musica può essere strumento per influenzare le masse?

Penso che i simboli abbiano sempre avuto un grande potere perché parlano a una parte profonda dell’essere umano. Tuttavia, nel mio caso, “Diavolo” non nasce da un interesse per l’esoterismo in senso stretto. È un simbolo utilizzato per rappresentare gli aspetti più istintivi e repressi della nostra personalità. Sicuramente la musica può influenzare le persone, come qualsiasi forma d’arte, ma credo che il suo potere più grande sia quello di far riflettere, creare connessioni e generare consapevolezza, piuttosto che imporre un pensiero unico.

Rap & lirica è il tuo mantra. Missy Elliott fu innovatrice di questa congiunzione e creò una tipologia di rap molto avanguardistica. A quali figure femminili del rap e della lirica ti ispiri?

Ho grande rispetto per tutte quelle artiste che hanno avuto il coraggio di uscire dagli schemi e costruire una propria identità. Nel rap apprezzo molto figure come Missy Elliott per la sua capacità di innovare senza paura, ma anche artiste che hanno saputo unire tecnica, personalità e visione. Per quanto riguarda la lirica, ho sempre guardato con ammirazione alle grandi interpreti capaci di trasformare la tecnica in emozione autentica come Renata Tebaldi e Maria Callas. Più che imitare qualcuno, però, cerco di imparare da percorsi molto diversi tra loro per costruire una voce che sia realmente mia.

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Viviamo in una società maschilista dove spesso le qualità femminili vengono soppresse o celate per paura del giudizio o di sembrare deboli. L’arte quanto può essere propedeutica in tal senso?

Credo che l’arte abbia un ruolo fondamentale perché permette di dare voce a ciò che spesso viene taciuto. Per molto tempo la sensibilità, la vulnerabilità e persino l’empatia sono state associate alla debolezza, quando in realtà richiedono un grande coraggio. Attraverso la musica e l’arte possiamo mostrare che esistono modi diversi di essere forti e che non c’è nulla di sbagliato nell’esprimere le proprie emozioni. Se un’opera riesce a far sentire qualcuno meno solo o più libero di essere sé stesso, allora ha già compiuto qualcosa di importante.