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Los Angeles non ha smesso di bruciare: Fabri Fibra rilancia il suo disco con quattro inediti

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È uscita stanotte la deluxe di “Mentre Los Angeles Brucia”. Dodici mesi dopo, con due collaborazioni che spiazzano, il disco torna a non darti tregua.

Da questa mattina è in rotazione “Mentre Los Angeles Brucia (deluxe)”, l’edizione allargata del decimo album di Fabri Fibra. L’originale era arrivato un anno fa tondo — 20 giugno 2025 — e nel frattempo si è preso il platino; questa nuova versione esce oggi, venerdì 19 giugno 2026, in digitale e in un doppio CD firmato a mano, da settimane in preorder. Quando un disco così pieno di tesi torna in vita con tracce aggiunte, raramente è solo questione di catalogo: è rimettere mano a un discorso che sembrava già archiviato. Per questo, prima ancora di affrontare gli inediti, ho fatto la cosa più semplice: ho schiacciato play sull’album dall’inizio. Un anno è esattamente il tempo che serve perché certe frasi si depositino — e perché quelle più scomode, le ultime che ti verrebbe da ripetere ad alta voce, vadano a posto.

Di recensioni, allora come oggi, ne ho lette parecchie. In una si leggeva che a portare Fibra dentro le nuove generazioni è stato soprattutto “Nuova Scena”. A me, invece, è tornata in mente un’altra cosa: da ragazzino, l’MP3 in tasca, “Applausi per Fibra” ascoltato fino a consumarlo, e quell’attacco provocatorio sulle lucertole mangiate e rivomitate in giardino che mi disgustava e che però mandavo a ripetizione, convinto che in quel fastidio si nascondesse una verità che nessun altro pezzo aveva il coraggio di dire. “Mentre Los Angeles Brucia” mi ha rimesso addosso quella stessa sensazione: un disagio che non scacci, perché intuisci che il senso sta lì.

Tutto in offerta, anche la gloria

Il primo livello del disco è l’attacco all’industria culturale. Non è più la guerriglia degli esordi, con Fibra che stava fuori dal recinto e ci tirava sassi — contro la televisione, la stampa, il mercato. Oggi è dentro fino al collo: contratto con la major, firma su Netflix, singoli pensati per la radio. Ma non si fa addomesticare. Sfrutta la vetrina per mostrarne le crepe, afferra il dialetto del marketing e lo trasforma in arma critica.

L’immagine che restituisce è quella di un ipermercato: corsie divise per genere, promozioni sui tormentoni d’estate, scaffali stipati di identità preconfezionate. L’artista smette di essere una persona con una storia e diventa referenza da banco; l’algoritmo è il commesso che stabilisce chi finisce in testa di gondola e chi resta in magazzino. Dentro questa logica la “gloria” non premia più il talento: è un bollino promozionale. Nella formula della “gloria da stronzi” c’è tutta l’ambiguità del meccanismo — da un lato la visibilità che ti spinge in alto, dall’altro la riduzione a prodotto, con la profondità che evapora.

Il Paese che racconta è un teatro del consumo a cielo aperto. Ricco o povero, l’aspirazione non cambia: il lusso come fede collettiva. Ecco il ritornello che ti ride in faccia, quel “che gusto c’è” a stare in un Paese che ti addestra a desiderare oltre le tue possibilità, dove la meritocrazia è un carillon che suona a vuoto. Eppure Fibra non sale in cattedra. Non recita la parte di chi è migliore degli altri: dice piuttosto ci sto dentro anch’io, pago il conto anch’io — solo che lo grido. È questa la mossa che cambia tutto: non far finta di essere all’esterno, ma usare il palco per sporcarlo da dentro.

Sempre connessi, sempre più scemi

Il secondo livello è una radiografia del presente iperconnesso. La rete, qui, non è svago innocuo ma architettura di potere, qualcosa che ridisegna gesti, emozioni, legami. In “Tutti Pazzi” la vita intera scivola dietro un vetro: la responsabilità si dissolve sotto i polpastrelli, l’insulto diventa un’azione a costo zero, lo smartphone si fa aula di tribunale dove ogni contenuto è verdetto definitivo — e noi recitiamo insieme la parte del giudice e dell’imputato senza nemmeno notarlo. È in questo brano che Fibra piazza una delle staffilate più affilate del lavoro, ragionando su come certe macchine di propaganda, oggi, troverebbero terreno fertile proprio nei social, dove la rabbia si brucia in shitstorm a comando.

“Stupidi” alza ancora il tiro: la stupidità non è più l’inciampo occasionale, è il sistema operativo del nostro tempo. Reagiamo d’istinto, pensiamo per hashtag, viviamo come testimonial della nostra stessa esistenza. E con “Tossico” lo sguardo si allarga dal singolo al gruppo: le piattaforme non sono scatole neutre, ci versano dentro un veleno che si infila nelle relazioni e le mangia da sotto. Gli amici, una volta riparo, diventano fonte di pressione e gara; lo specchio continuo delle vite altrui, lucidate per la vetrina, gonfia invidia e senso di non bastare mai. La tossicità smette di essere il difetto di qualcuno e si trasforma nell’aria che tiriamo dentro ogni giorno, un clima che rende il veleno talmente normale da non vederlo più.

Il dolore che non vuole farti diventare peggiore

Ma il vero motore dell’album è la ferita. Non confessione da diario: lente politica. La violenza non è il singolo episodio, è uno schema che si ripete, un codice che passa di mano in mano. In “Mio Padre” Fibra apre la cicatrice più antica — la rabbia incassata, gli abusi, i segni che non si rimarginano — senza cercare pietà: lo fa per dimostrare che ogni padre violento non è soltanto un uomo con le sue colpe, ma il pezzo di un ingranaggio sociale che si autoalimenta, rendendo l’abuso una cosa ordinaria. “Figlio” è la replica, il gesto per spezzare la catena: se cura non ne hai ricevuta, puoi comunque provare a darne; se sei cresciuto nella violenza, puoi decidere di non tramandarla.

In “Tutto andrà bene” la ferita diventa di tutti. Fibra fa entrare nel disco chi non è riuscito a reggere: il bullismo che si fa assedio quotidiano, i commenti affilati come lame, le tragedie che maturano nelle chat e nei corridoi invisibili dove si cresce adesso. Costruisce il profilo di un ragazzo, Marco — preso di mira, lasciato solo, incompreso perfino in casa — fino a un epilogo che il pezzo suggerisce senza dichiararlo, con l’immagine di un paio di scarpe abbandonate sugli scogli e un mare che sfugge a ogni controllo. Qui il rap smette i panni del linguaggio aggressivo e di rottura e fa una cosa più dura: dà un nome al dolore. Perché ciò che resta senza nome resta invisibile, e l’invisibile continua a ferire indisturbato. (Argomento delicato: chi sta vivendo un momento difficile faccia bene a parlarne con qualcuno di fiducia o con un servizio d’ascolto.)

“Vivo”, con la dedica ad Andrea Laszlo De Simone, mette il sigillo: restare al mondo come scelta politica. In un’epoca che ti vuole svagato, arreso, addormentato, pronunciare “vivo” è già una forma di resistenza.

Tu scorri, intanto qualcosa va a fuoco

La traccia che dà il titolo è il manifesto di questa partita a parti invertite. L’incendio è la metafora perfetta: la città brucia, i notiziari mandano le fiamme in diretta, e la vita di tutti i giorni prosegue intatta. Mentre una parte di mondo collassa, l’altra scrolla. L’apocalisse non irrompe più come fatto straordinario che ti taglia il fiato: è un fondale fisso, il rumore di sottofondo del nostro tempo. Guardiamo il disastro con la stessa indifferenza con cui guardiamo un meme. “Cometa” spinge la cosa fino all’eccesso — riderci sopra come tecnica di sopravvivenza — mentre “Verso altri lidi” chiude con una morale netta: non riesci a cambiare la macchina restando dentro? Cambia posto. Spostati. Ricomincia.

E in fondo è proprio questo a darti più fastidio: non puoi cavartela con un “non è affar mio”. L’industria siamo noi che premiamo play, i social siamo noi che pubblichiamo, la stupidità siamo noi che la rilanciamo, la violenza siamo noi che la prendiamo in eredità o la passiamo avanti. “Mentre Los Angeles Brucia” non ti predica niente: ti mette davanti il rogo. Se non ti smuove, vuol dire che sei già anestetizzato. Se ti scotta dentro, sei ancora vivo.

Cosa porta in dote la deluxe

Ed eccoci al perché di questo ritorno. La nuova edizione mette sul piatto quattro brani inediti, due dei quali in collaborazione — e sono proprio i featuring a tenere alta la curiosità. Ad aprire la scaletta arriva “Non dormo più” insieme a Frah Quintale; a seguire “La mia musica”, poi “Goya” con i Pinguini Tattici Nucleari e infine “Fict”. Sono accostamenti che sulla carta sorprendono: tanto il duetto con i Pinguini quanto quello con Frah Quintale provengono da mondi lontani dall’immaginario abituale di Fibra, e già questo racconta molto di un artista che, oltre i vent’anni di carriera, continua a rifiutare la corsa dietro le mode.

Su come suonino concretamente, però, evito di pronunciarmi a caldo: il disco è online da poche ore e questo, più di altri, è un lavoro che pretende tempo. Mi limito a notare che, su un album cucito attorno al filo del trauma e del mercato, la vera partita sarà capire se i quattro inediti dialogano con quel tessuto o aprono un fronte nuovo. Lo diranno gli ascolti, uno dopo l’altro.

C’è poi un fuori-campo che pesa e che con questo disco entra in cortocircuito. Proprio mentre arrivava l’annuncio della deluxe, a “Nuova Scena” Fibra è tornato sul rapporto con la propria famiglia e su quanto si sia sentito frenato agli inizi; il fratello Nesli gli ha replicato in pubblico su Instagram. Per un album che ha eletto la ferita familiare a colonna portante — “Mio Padre”, “Figlio” — è quasi impossibile non vedere in quello scambio una coda reale a un discorso che credevamo confinato all’arte.

Ecco la tracklist completa della deluxe, con gli inediti in evidenza:

Mentre Los Angeles Brucia (deluxe) — 27 tracce

  1. Non dormo più feat. Frah Quintale 🆕
  2. La mia musica 🆕
  3. Goya feat. Pinguini Tattici Nucleari 🆕
  4. Fict 🆕
  5. L’avvelenata (Pretesto)
  6. Che gusto c’è feat. Tredici Pietro
  7. Salsa piccante feat. Gaia, Massimo Pericolo
  8. Karma OK
  9. Milano Baby feat. Joan Thiele
  10. Come finirà?
  11. Tutti pazzi
  12. Tossico
  13. Sbang feat. Noyz Narcos
  14. Stupidi feat. Papa V, Nerissima Serpe
  15. Tutto andrà bene
  16. Mio padre
  17. Vivo
  18. Figlio
  19. Cometa
  20. Mentre Los Angeles brucia
  21. Verso altri lidi
  22. Stammi vicino
  23. Invidia
  24. Sinner
  25. La fine del mondo
  26. Mille volte
  27. Russian Roulette feat. Ernia

I primi quattro brani (🆕) sono gli inediti della deluxe, posti in apertura; dal numero 5 in poi segue l’intera tracklist dell’album originale.

Vent’anni, dieci album, zero voglia di accodarsi

Riassumere cosa rappresenti Fibra per il rap italiano è impresa ardua. In oltre vent’anni ha prima aiutato a costruire la scena e poi a renderla solida, fino a farne il genere dominante del Paese. Dal battesimo di “Turbe Giovanili” (2002), attraverso il classico “Mr. Simpatia” e il dirompente debutto in major “Tradimento”, per arrivare a “Caos” (doppio platino) e a questo “Mentre Los Angeles Brucia” (platino), ha provato lungo dieci dischi — seguiti in prima persona in ogni dettaglio, da direttore artistico — che forma e sostanza possono procedere a braccetto. È così che il rap è diventato il cantautorato di oggi: capace di scalare le classifiche e, allo stesso tempo, di raccontare un’Italia intricata e quasi sempre fraintesa.

Lato schermo, dopo il successo della prima stagione di “Nuova Scena – Rhythm + Flow Italia”, il talent rap di Netflix che lo ha visto giudice accanto a Geolier e Rose Villain, è tornato al centro anche nella seconda serie. E nel frattempo, al Party Like a Deejay 2026, ha fatto trapelare l’esistenza di un progetto a quattro mani con Neffa: segno che, mentre tutto attorno va in fiamme, la macchina Fibra non ha la minima intenzione di rallentare.

La deluxe, allora, non è un punto fermo. È un’altra fiammata. A noi decidere se continuare a scorrere.