Home Interviste Sandro Su e Antares Color ci raccontano il loro “Disco dell’anno”: «Abbiamo...

Sandro Su e Antares Color ci raccontano il loro “Disco dell’anno”: «Abbiamo dato un titolo che inciampa»

5
0

“Disco dell’anno” è il nuovo album di Sandro Su e Antares Color, pubblicato il 15 maggio in vinile e su tutte le piattaforme digitali da Aldebaran Records. Il titolo introduce fin da subito un attrito. Non è un’affermazione di superiorità, né una provocazione fine a sé stessa, ma un dispositivo linguistico che si appropria della categoria del “migliore” per metterne in crisi il funzionamento. Nel momento in cui viene dichiarato, vacilla il sistema che dovrebbe legittimarlo.

Partiamo dal titolo: Disco dellanno sembra una dichiarazione arrogante, ma nel comunicato dite quasi lopposto. Quando avete capito che quel titolo funzionava proprio perché destabilizzava il meccanismo delle classifiche?

Sandro Su: C’è sempre un momento in cui si chiede ad un disco di stare al suo posto. In fila. In classifica. In un ordine che rassicuri. Noi, invece, gli abbiamo dato un titolo che inciampa. Non per proclamare, né per competere, sarebbe un gesto troppo umano, troppo comprensibile, piuttosto per togliere ossigeno a quella liturgia del “meglio”, del “più”, del “prima di…”. Chiamarlo così è come mettere uno specchio davanti al meccanismo: mentre si nomina, si incrina. Mentre si afferma, si svuota. Non è il disco dell’anno. È l’anno che, per un attimo, si lascia disfare dal disco. Abbiamo notato come tante “illustri penne” proclamano a gran voce il quarto o quinto disco dell’anno già a marzo, ecco, volevamo fare un favore, aiutare in qualche modo. Quando San Silvestro si approssima, non dovranno riascoltare per stilare le loro liste arbitrarie, basterà ricordare il titolo.

Oggi molta musica sembra nascere già pensando al posizionamento, agli algoritmi, ai numeri. Questo disco invece sembra chiedere: e se smettessimo di ragionare così?”. È una presa di posizione consapevole?

Sandro Su: Più che consapevole direi naturale, un modo che ci appartiene senza sforzo d’attuazione. Facciamo questa musica da quando finire in classifica con il rap non era nemmeno un’eventualità remota in fondo ad un distorto orizzonte degli eventi. Più che: “e se smettessimo di ragionare così?” Direi: “e se non avessimo mai ragionato così? “Magari stavamo tutti meglio, vai a sapere…

Dieci anni tra un disco e laltro sono tantissimi nel rap. Cosa vi ha fatto capire che questo era finalmente il momento giusto?

Sandro Su: Beh non abbiamo mai smesso di collaborare ognuno nei lavori da solista dell’altro, in questi quasi 11 anni sono usciti 4 o 5 progetti tra album ed EP. Cosa ci ha fatto capire che il tempo era quello giusto per tornare a lavorare spalla a spalla su un intero disco? Forse l’illuminazione di un’idea precisa che è comparsa all’improvviso. Non più: “hei senti sto beat che ho fatto, scrivici una strofa” ma piuttosto: “dobbiamo fare una cosa che suona esattamente così e così, dove il tuo rap fa così e poi così, poi ci mettiamo questa cosa in mezzo, poi tu rientri e concludi tipo sussurrando…” (In questo Color è stato soprannaturale). Quando un’immagine si forma così precisa nei dettagli non assecondarla è da maleducati.

Vi siete mai sentiti fuori tempo” rispetto alla scena attuale? Oppure proprio questa distanza vi ha permesso di lavorare con più libertà?

Sandro Su: Per chi sa andare a tempo la scena attuale è per forza di cose “fuori tempo”. Alle volte avanti anni luce, altre volte assolutamente in dietro, quel che è certo è che siamo quasi sempre da un’altra parte. Occhio, “da un’altra parte” non vuol dire in un idilliaco giardino dell’eden che abbiamo scoperto noi, è più una boscaglia fitta e piena di rovi, di dubbi, di domande senza risposta e mi pare di aver intravisto anche un Predator sulle cime degli alberi, però sì, noi qui facciamo quello che ci va di fare.

La produzione viene descritta come costruita per sottrazione”. Quanto lavoro c’è stato nel togliere invece che nell’aggiungere?

Antares Color: A dire il vero è tutto partito dal voler fare le cose in maniera leggera, sia dal punto di vista delle produzioni che delle stesure, in modo da lasciare molto respiro a Sandro nei pezzi.

La sottrazione o “silenzi” che sentite sono solo degli assoli di Sandro e valorizzano l’uso minimale dei samples o suoni che ho scelto. Per questo disco ci siamo ispirati a sonorità che sono molto equilibrate tra rap e beat, man mano che scrivevamo i pezzi già arrangiavo le strumentali in modo da valorizzare simultaneamente sia i testi che la composizione. Ho imparato che togliere nelle produzioni ti aiuta; per i producer quella sensazione del “Ci manca qualcosa” è spesso demotivante e vibe killer. Ho capito che non mancava nulla ma che bisognava piuttosto eliminare qualcosa.

Il tuo background nel turntablism quanto influenza ancora il modo in cui pensi lo spazio dentro un beat?

Antares Color: Penso che ogni tipo di ascolto e ogni esperienza ti influenzi. Credo che il turntablism mi abbia segnato molto sotto l’aspetto delle stesure, mi annoio facilmente negli ascolti e sento il bisogno di dare movimento ai brani, soprattutto quando uso pochi strumenti.

C’è una forte alternanza tra vulnerabilità e durezza. Ti viene più naturale scrivere quando sei lucido o quando sei emotivamente esposto?

Sandro Su: Alla fine la lucidità e la vulnerabilità sono semplicemente la vita che accade tutta insieme, difficilmente si contabilizza, anzi non facciamo che perderci pezzi che passano silenziosi sotto la soglia di coscienza. Spesso tendiamo a separare la mente dal fango, come se non potessero stare nella stessa stanza e invece…

Hai mai avuto la tentazione di rendere i pezzi più immediati o più “facili”, oppure la coerenza del progetto è sempre stata la priorità?

Sandro Su: In questo mondo che ragiona per proclami di uffici stampa mi è stata appiccicata addosso l’etichetta di rapper “difficile”, non mi dà fastidio francamente, però boh! Tu Doom lo capisci? Nas lo capisci? Montale lo capisci? Il grande teatro del ‘900 lo capisci? Le leggi in base alle quali paghi le tasse ogni anno le capisci? La vita la capisci? Non può darti così fastidio aggiungere anche me alle cose che non capisci, suvvia. Il voler arrivare a tutti, assicurandosi che tutti capiscano sempre tutto, è un’ossessione che non mi appartiene. Detto questo, se di tanto in tanto spingo l’ascoltatore a fare un piccolo sforzo di comprensione o di ricerca, non credo ci sia nulla di sbagliato, io vado ancora rimuginando su certe cose che disse LouX o su certe barre di Deda in Melma & Merda. Penso che un certo grado di complessità aiuti ciò che hai scritto a sopravvivere al tempo.

Dove pensate si collochi Disco dellanno dentro il rap italiano contemporaneo?

Sandro Su: Non credo che ci siamo mai posti questa domanda. È un oggetto estraneo lanciato in mezzo al rumore di fondo delle formulette che non sbagliano mai. Eravamo in mezzo a muri di suono progettati per non farti distrarre mentre scrolli un feed, su quei muri ci abbiamo fatto dei bombing sopra e poi siamo scappati. È estraneo anche per come è nato. Non è un prodotto concepito in provetta per incastrarsi in una playlist editoriale. Questo disco va ascoltato e a quanto pare oggi coi dischi ci si fa di tutto (si lanciano, si promuovono, si boostano, si classificano, si recensiscono, se ne studia il posizionamento) meno che ascoltarli.

Vi interessa ancora sentirvi parte di una scena oppure oggi conta di più costruire un linguaggio autonomo?

Sandro Su: Il business model dei social network è entrato a far parte delle esistenze di tutti ormai, si è abbracciato il self-branding come stile di vita, questo ha trasformato il prossimo da un amico, un compare, un fratello, ad un potenziale competitor (cosa francamente orrenda), va da sé che non si può parlare di “scena”. Calcare lo stesso palco di un festival non vuol dire essere attori della stessa scena, stare nella stessa playlist non vuol dire essere parte di una crew. Tuttavia il nostro linguaggio, o meglio contro linguaggio, è rimasto legato ai tempi in cui i rapper erano un vero fenomeno sociale e si rivolgevano all’ascoltatore chiamandolo “compà”. In sintesi abbiamo un linguaggio autonomo che vorrebbe tanto non esserlo.

Sentite che nel rap italiano ci sia ancora spazio per dischi pensati come opere complete e non come raccolte di singoli?

Sandro Su: Magari una certa fetta di pubblico è anche attratta da lavori completi, strutturati, pensati e persino a dei concept, tuttavia il modo col quale viene fruita la musica oggi è profondamente avverso a questo tipo di progetti. Il punto è che oggi un concept album non compete più solo con altra musica: compete con l’ecosistema dell’attenzione. Ogni brano viene consumato isolatamente, estratto dal contesto, playlistato, accelerato, usato come sottofondo o frammentato sui social. In questo scenario costruire un arco narrativo di 40-50 minuti richiede quasi un atto di fede: stai chiedendo all’ascoltatore non solo di ascoltare, ma di entrare dentro una visione. Detto questo, nel rap italiano sopravvive ancora una tradizione molto legata all’idea del disco come manifesto personale: intro, skit, richiami interni, collaborazioni con realtà affini, temi ricorrenti, evoluzione emotiva. Anche artisti molto immersi nelle logiche main stream spesso sentono il bisogno, prima o poi, di costruire un lavoro che abbia una coerenza più ampia del semplice accumulo di hit. Perché il singolo crea numeri; l’album crea immaginario. Forse il futuro non sarà il ritorno del concept monolitico anni ‘90 o primi 2000, ma una forma ibrida, che accontenta tutti o delude tutti, dipende dai punti di vista.