Quando si parla di leggende, è difficile andare oltre Nas e DJ Premier. Due architravi dell’hip-hop, fondamentali nel definire il linguaggio del rap East Coast.
Nas ha inciso la storia con Illmatic e, negli ultimi anni, ha dimostrato una longevità fuori scala grazie alla trilogia con Hit-Boy. DJ Premier, dal canto suo, resta uno dei grandi architetti del suono boom bap: un produttore capace di rimanere riconoscibile senza diventare prigioniero del passato.
Light-Years non si presenta come un reperto da museo né come una semplice operazione nostalgia. È piuttosto un’interrogazione diretta: cosa succede quando un rapper che ha sempre misurato la propria carriera in decenni decide di costruire un disco che riflette apertamente sulla pressione del tempo?
Nas e DJ Premier finalmente pubblicano un abum lungo 25 anni
«Already classic before you heard it / The spoiler was all my feature verses», avvisa Nas nelle prime battute di My Life Is Real. Ha ragione sullo spoiler — un po’ meno sulla modestia.
In questo progetto di Nas e Dj Premier troviamo tutto ciò che l’iconico producer ha costruito per il rapper in oltre trent’anni — batterie che sembrano scolpite nel cemento, sample capaci di far emergere malinconia e memoria da vecchi dischi soul — ha sempre funzionato come un lungo prologo a un album che, per molto tempo, non eravamo nemmeno certi sarebbe mai esistito.
Il progetto viene citato per la prima volta nel gennaio 2006, sulla copertina di Scratch Magazine. Riappare come voce di corridoio nel 2011. Nel 2022 Nas ci strizza l’occhio in 30. E finalmente diventa realtà ora, Nas e DJ Premier pubblicano Light Years.
Nell’aprile 2024 arriva Define My Name, pubblicata per celebrare i trent’anni di Illmatic. Ogni tappa aggiunge aspettativa, ogni segnale alimenta il mito. Fino a oggi.
Dopo quasi 25 anni di attesa, Light-Years è finalmente realtà. E, soprattutto, è un disco che giustifica il peso del mito. Dall’inizio alla fine Nas è in totale controllo: la scrittura è chirurgica, il flow è elastico, la presenza al microfono è quella di chi non ha più nulla da dimostrare ma sceglie comunque di farlo. La costanza è impressionante e mette in luce una maturità artistica che non ha mai spento la fame.

My Life Is Real apre il disco con un giro di piano immediatamente riconoscibile, firmato Preemo. Nas gioca con il proprio status, citando il “legend has it kartel” e posizionando Light-Years come la pietra angolare del nuovo corso Mass Appeal. GiT Ready è New York allo stato puro: uno sguardo dall’alto sulla città, liriche affilate e un campione di Wilson Pickett che riporta tutto alle radici.
NY State Of Mind Pt. 3 serve a ribadire il legame con il passato, ma è nella parte centrale del disco che Light-Years trova il suo equilibrio migliore. Madman si muove su beat cupi e tesi, capaci di far emergere nuove sfumature nella voce di Nas; Writers alterna atmosfere sospese a una linea di basso ruvida e profondamente funk; It’s Time è uno dei momenti più riusciti del progetto, costruito attorno a un campione di Steve Miller che crea un ponte naturale tra l’hip-hop di ieri e quello di oggi.
Il finale mantiene altissimo il livello. My Story Your Story è leggera e comunicativa, Junkie affronta il tema della dipendenza con toni cupi e inquietanti, mentre Shine Together chiude il cerchio puntando sull’idea di unità.
Profondamente consapevole del proprio peso storico, Light-Years si conclude con 3rd Childhood, un ulteriore richiamo all’universo narrativo costruito da Nas nel corso della sua carriera.

Le reazioni online sono state immediate e, in parte, contrastanti. C’è chi si è chiesto se l’attesa non avesse gonfiato troppo le aspettative, o se fosse davvero possibile soddisfare un hype durato oltre vent’anni.
Domande legittime. Ma, a mente fredda, resta un fatto chiaro: Light-Years consegna ai fan una delle migliori performance rap della carriera recente di Nas, sostenuta dal lavoro di uno dei produttori più influenti di tutti i tempi.
Non un semplice evento, ma un disco che dialoga con la storia senza restarne prigioniero.
Light-Years è il tipo di disco che esiste perché doveva esistere. Non per inseguire numeri, playlist o mode, ma per mettere un punto fermo nella storia.
Nas rappa con la calma e la sicurezza di chi sa esattamente chi è e da dove viene, mentre DJ Premier costruisce beat che suonano familiari e allo stesso tempo vivi, mai imbalsamati. Qui non c’è nostalgia fine a sé stessa: c’è rispetto per il passato e fame nel presente.
È un album che parla a chi c’era, ma anche a chi vuole capire davvero cosa significhi longevità nell’hip-hop.
Non è un’operazione evento, è cultura rap messa su disco. E sì, dopo tutto questo tempo, ne è valsa la pena. Nas e DJ Premier si sono fatti aspettare, ma il ritorno è all’altezza della loro leggenda.
Voto: 8/10
Perché certi dischi non escono per stupire: escono per restare.







