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Cloaca e “In the Wash”: il rap come ritorno, memoria e libertà

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Cloaca

Cloaca. C’è un tipo di rap che non nasce per inseguire trend o numeri, ma per necessità. In the Wash, primo album ufficiale di Cloaca, appartiene a questa categoria: un progetto che non cerca di essere perfetto, ma vero. Dentro ci trovi un percorso lungo, fatto di tentativi, pause, insicurezze e ritorni, ma soprattutto una cosa che nel rap resta centrale: il bisogno di esprimersi senza filtri.

Il disco si muove tra boom bap, trap, influenze jazz, funky e momenti più melodici, senza mai perdere il filo che tiene insieme tutto: il vissuto personale. Il titolo stesso nasce da un ricordo d’infanzia, una parola inventata quando era bambino, senza un significato preciso, ma carica di energia e spontaneità.

Ed è proprio questo il punto: In the Wash non vuole spiegare tutto, vuole trasmettere sensazioni. Come quando da piccoli si dicevano cose senza senso, ma che avevano comunque un valore.

Cloaca tra provincia, freestyle e identità

Il percorso di Cloaca parte da lontano, da Castelnovo né Monti, lontano dai grandi centri e dalle scene più strutturate. Un contesto che, come spesso succede, da un lato limita e dall’altro forgia. I primi freestyle con gli amici, le prime registrazioni sotto il nome Euromark, la voglia di fare rap quando ancora era tutto gioco e urgenza.

Poi lo stop. L’imbarazzo, le prese in giro, la decisione di mollare. Una fase che tanti, dentro e fuori dal rap, conoscono bene ma di cui pochi parlano davvero. Ed è qui che In the Wash acquista un peso diverso: non è solo un disco, è la chiusura di un cerchio e allo stesso tempo una ripartenza.

Il ritorno avviene con un nuovo nome, Cloaca, una scelta forte, quasi scomoda, che ribalta completamente il concetto di identità. Da qualcosa che richiama la bruttezza a qualcosa che diventa utile, necessario. Una metafora personale che si trasforma in linguaggio artistico.

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Un equilibrio tra ironia e introspezione

Uno degli aspetti più interessanti del progetto è la sua dualità. Da una parte c’è il lato più conscious, fatto di riflessioni, ricordi e storytelling; dall’altra c’è l’ironia, il gioco, la voglia di non prendersi sempre sul serio. Due dimensioni che non si escludono, ma convivono, proprio come nella vita reale.

Questa stessa attitudine si riflette anche fuori dalla musica, nel progetto Marchiccio, dove contenuti più leggeri e ironici convivono con tracce più personali. È una visione a 360 gradi, che rifiuta l’idea di un artista monolitico e lascia spazio alle contraddizioni.

In the Wash arriva così come un disco di passaggio, ma non nel senso debole del termine. È un punto in cui passato e presente si incontrano, dove il freestyle, le prime registrazioni, gli anni di silenzio e il ritorno si fondono in un’unica direzione.

Non è un disco che urla per farsi notare. È un disco che esiste perché doveva esistere. E, nel rap, questa resta ancora una delle cose più importanti.

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