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Danno non vi deve niente — e ve lo dimostra con il disco più bello dell’anno

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Trent’anni di rap italiano sulle spalle, nessun compromesso in tasca: “AKA Danno” è il debutto solista che nessuno si aspettava e che tutti aspettavano

Partiamo da un dato di fatto: Simone Eleuteri ha 51 anni, fa rap da quando molti dei suoi ascoltatori attuali non erano ancora nati, e ha appena pubblicato il suo primo disco solista. Non è una curiosità biografica marginale. È il cuore di tutto.

Perché AKA Danno — uscito il 6 febbraio 2026 per ADA/Warner Music Italy — non è semplicemente un album. È la risposta a una domanda che il rap italiano si portava dietro da trent’anni: cosa succede quando uno dei suoi architetti fondamentali decide finalmente di costruire qualcosa solo per sé?

La risposta, in trentotto minuti distribuiti su dieci tracce, è più spiazzante e più riuscita di quanto ci si potesse aspettare.

L’alieno che non vuole integrarsi

Prima di entrare nel disco, vale la pena capire da dove arriva. Danno è uno dei fondatori dei Colle Der Fomento, gruppo che ha scritto capitoli fondamentali del rap italiano tra il 1996 e il 2018. Ma la sua discografia parallela racconta un artista che non ha mai smesso di cercare: il distopico EP Artificial Kid, la collaborazione jazzistica con il sassofonista Raffaele Casarano in Oltremare, le apparizioni sparse che confermavano ogni volta quanto il suo livello tecnico e lirico fosse fuori scala rispetto alla media della scena.

Un solista, però, non era mai arrivato. E l’assenza pesava — non a lui, che di logiche di mercato non ha mai voluto sapere, ma a chi seguiva quella carriera con attenzione e con la fastidiosa sensazione che ci fosse ancora qualcosa di incompiuto.

Poi, nel settembre 2025, è comparso sui social. Poi è arrivato il Red Bull 64 Bars — una performance senza beat per quasi tutta la durata, con cassa e rullante che entrano solo verso il finale, «quando le persone hanno già perso la speranza», come ha spiegato lui stesso. Un gesto piccolo e programmatico al tempo stesso: Danno avvisava che stava per fare le cose a modo suo, e che chiunque si aspettasse concessioni si stava illudendo.

Il singolo Tom Waits, uscito l’11 settembre, ha confermato la direzione. E il disco, annunciato con appena qualche settimana di preavviso, ha fatto il resto.

DJ Craim e l’habitat perfetto

Non si può parlare di AKA Danno senza parlare di DJ Craim. Il sodalizio tra i due non è nuovo — Artificial Kid e Adversus lo avevano già certificato — ma qui raggiunge una maturità diversa. Craim non produce un disco hip-hop: costruisce un ambiente sonoro su misura per un MC che ha bisogno di spazio per respirare, per perdere il filo e ritrovarlo, per urlare e poi quasi sparire.

Le basi sono sporche nel senso buono del termine: boom bap nervoso, distorsioni controllate, campionamenti elaborati con gusto e senza ostentazione. Non c’è una nota fuori posto, ma non c’è nemmeno nulla di patinato o rassicurante. Brucia Roma è forse l’esempio più riuscito: percussioni secche in crescendo e una melodia di piano malmessa e straniante che costruisce lo scenario perfetto per il sogno d’apocalisse capitolina che Danno mette in rima. Il suono non commenta il testo: lo abita insieme a lui.

L’unica co-produzione esterna arriva da Ice One su Tom Waits, e funziona esattamente come deve. Francesco Motta, l’unico feat dell’intero progetto, suona strumenti che vengono poi campionati — presenza discreta e decisiva al tempo stesso, che si fa sentire soprattutto nella chiusura del disco.

La scrittura è tutto. E qui è al massimo.

Danno ha sempre scritto ad un livello che pochi in Italia possono permettersi di avvicinare. In AKA Danno, quel livello è ulteriormente alzato — non in termini di tecnicismo acrobatico, ma di densità, di stratificazione, di capacità di tenere insieme piani di lettura completamente diversi senza che nessuno di essi ne esca danneggiato.

Il citazionismo è pervasivo: Pasolini e LL Cool J, il Signore degli Anelli e Twin Peaks, Fantozzi e l’ispettore Callaghan, Cecco Angiolieri rivisitato in chiave distopica in Brucia Roma, i monologo finale di Toro Scatenato che chiude Yokozuna / Jakesulring. Ma non è sfoggio di cultura — è un sistema di riferimenti completamente digerito e trasformato, dove ogni citazione aggiunge un piano di lettura senza mai appesantire la ricezione generale del testo. Anzi, spesso i riferimenti sono così ben camuffati che si riesce ad apprezzare il brano a prescindere dal riconoscerli, e poi ci si torna sopra e si scopre un altro strato.

Quello che colpisce ancora di più, però, è la progressione emotiva della tracklist. Il disco parte bellicoso — Baseball Fury, Killemall, Il Blues di Gundabad — con Danno che attacca il sistema, la scena, la mediocrità dilagante, senza risparmiare nessuno e senza essere predicatorio. C’è rabbia, ma è rabbia precisa, non sfogo fine a se stesso. Nel mezzo arriva tutta la complessità: Vamos a la Playa è un funk romano con venature punk e un frullato di immagini che dimostra perché la sua penna rimanga inimitabile; Yokozuna / Jakesulring accumula sei minuti abbondanti di barre stratificate su un beat malinconico che non si esaurisce mai davvero.

Poi il finale cambia tutto.

Simone, senza alias

L’aka è una strategia che Danno ha usato per trent’anni: Jake La Motta, Sid Vinicious, Dan Van Batenburg, Juice, Jack The Butcher. Maschere, pseudonimi, alter ego. Il titolo stesso del disco ne è consapevole e ne fa un tema esplicito. Nel corso della tracklist, Danno si trasforma continuamente — in Jake La Motta, in Tom Waits, in Sandro Pertini col mitra, in fuoco e tenebre, in Philip K. Dick nella splendida Distorsore (PHILIPKCOOKS), dove la metafora del distorsore rende esplicito il continuo camuffamento.

Poi, in Colibrì, cade tutto.

È il momento più potente del disco, e probabilmente uno dei pezzi più onesti che il rap italiano abbia mai prodotto. Danno smette di essere chiunque altro e rimane Simone: con le pillole, con gli spigoli che prova a smussare con lo scalpello, con il soliloquio che gira a vuoto nella testa, con il peso di stare in bilico da troppo tempo. Il testo non ha bisogno di essere commentato — va ascoltato, e poi riascoltato, e poi lasciato stare.

Svegliami, con Motta, chiude il cerchio. È il brano più intimo che Danno abbia mai inciso, una dedica straziante alle insicurezze di un padre, con il ritornello di Motta che arriva nel momento giusto e dice esattamente quello che serviva dire. Dopo un disco di guerra, di maschere e di immagini taglienti, il finale è una resa — non alla sconfitta, ma alla verità.

Perché adesso, perché così

La domanda che aleggia su tutto il progetto è lecita: perché aspettare fino a 51 anni per fare un disco solista? Danno stesso ha risposto in modo disarmante semplice: «Quando arrivi a 50 anni fai i conti con altre cose. Però mi fa piacere che il mio primo disco solista esca in un’età adulta. Sento di essere riuscito a coniugare meglio le mie due anime: quella battagliera e quella più riflessiva».

E si sente. AKA Danno non suona come un disco di un cinquantunenne che cerca di restare rilevante, né come un disco di qualcuno che si è preso troppo tempo e ha perso il passo. Suona come un disco che poteva essere fatto solo adesso, con questa consapevolezza, con questa libertà, con questa irriducibile voglia di sparigliare le carte invece di giocare sul sicuro.

In un momento in cui il rap italiano corre veloce verso la semplificazione, verso i tormentoni e i featuring strategici e le canzoni costruite per TikTok, Danno e Craim hanno fatto l’esatto contrario: hanno costruito qualcosa di clamorosamente fuori moda e clamorosamente necessario.

Non è un disco per le classifiche. Non è un disco per chi vuole musica di sottofondo. È un disco da ascoltare in cuffia, dall’inizio alla fine, lasciando che i testi facciano il loro lavoro — che è il lavoro più antico del rap, e il più raro: raccontare qualcosa di vero.

A trent’anni esatti da Odio Pieno, Simone Eleuteri non deve niente a nessuno. E questo disco lo dimostra meglio di qualsiasi altra cosa avrebbe potuto fare.