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J. Cole, l’addio che non osa

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The Fall Off il nuovo album di J. Cole arriva come un manifesto di maturità e consapevolezza, confermando ancora una volta la sua posizione di figura centrale nella scena hip hop contemporanea.

L’artista di Fayetteville, noto per l’approccio introspettivo e le liriche taglienti, torna con un progetto che unisce la profondità lirica alla ricerca sonora, spingendosi oltre le coordinate stilistiche che lo hanno reso celebre.

Fin dalle prime tracce è evidente come J. Cole abbia scelto di scavare ancora più a fondo nelle proprie contraddizioni e nel tempo presente: la sua voce, sempre più sicura ma anche più vulnerabile, si fa strumento di un racconto che alterna momenti di rabbia e introspezione a riflessioni su successo, identità e responsabilità sociale.

Musicalmente, il progetto si muove tra beat minimali, influenze jazz e soul, e collaborazioni mirate che ampliano il suo universo musicale senza snaturarlo.

Più che un semplice ritorno, questo album sembra rappresentare un nuovo capitolo nella carriera di J. Cole — un artista che, lontano dalle logiche commerciali, continua a usare la musica come mezzo per mettere in discussione sé stesso e il mondo che lo circonda.

Fin dal suo esordio nel 2007 con The Come Up, J. Cole ha costruito la propria identità su un’ossessione quasi maniacale per la scrittura e per l’idea di perfezione del rap.

The Fall-Off, annunciato come un doppio album imponente di oltre un’ora e quaranta, è la sintesi più ambiziosa di questa tensione: un’opera che mette in mostra maturità e consapevolezza, ma che tradisce anche un senso di appagamento. La fiamma creativa è ancora accesa, ma non divampa più come un tempo.

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Copertina album The Fall Off

J.Cole ci offre un doppio album, una sola direzione

Il primo disco punta tutto su energia e sicurezza, riportando in scena il J. Cole più dominante. Brani come Two Six e WHO TF IZ U funzionano come dichiarazioni di forza, tecnicamente solide e cariche di presenza, ma raramente sorprendenti.

Il secondo disco vira invece su territori più intimi: amore, vulnerabilità, spiritualità. Da Life Sentence a I Love Her Again — rilettura sentita ma non necessaria del classico di Common — fino a Man Up Above, in cui J. Cole riflette sulla fede, il tono è più sommesso e riflessivo, ma anche meno incisivo.

Anche la gestione dei featuring su The Fall-Off riflette l’approccio composito e misurato dell’album. Pur essendo un progetto fortemente personale, Cole arricchisce alcune tracce con collaborazioni mirate: Future offre vocals non accreditate su Run a Train e Bunce Road Blues, Tems si inserisce con un refrain etereo in Bunce Road Blues, Erykah Badu aggiunge colore vocale a The Villest, Burna Boy impreziosisce Only You e un contributo di Westside Gunn si percepisce in Poor Thang.

Queste presenze, pur rilevanti, non detonano il centro narrativo dell’album: piuttosto che ribaltare le canzoni, si integrano alla visione generale, rafforzando senza stravolgere. Anche quando il mix di stili — dall’afrobeat di Burna Boy all’anima soul di Erykah Badu — potrebbe suggerire direzioni nuove, l’esito resta coerente con la scrittura di Cole, allineato alla sua sensibilità piuttosto che spinto da un confronto creativo radicale.

È una strategia che accentua l’equilibrio e la riflessione interna del doppio disco, ma che segue lo stesso filo di controllo che attraversa il progetto nella sua totalità.

L’album è attraversato da continui omaggi alla tradizione: Nas, Outkast, DMX, Notorious B.I.G., 2Pac. In Drum n Bass Cole arriva a definirsi “il miglior rapper del secolo”, riaffermando senza mezzi termini la propria aspirazione al titolo di GOAT.

Un’ambizione legittima, ma che resta sospesa: il riconoscimento definitivo non si ottiene per autocertificazione, bensì attraverso un consenso culturale diffuso e un impatto che sappia davvero resistere al tempo.

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J.Cole

Non mancano le ombre. Cole continua a mostrarsi impacciato quando affronta temi LGBTQIA+, come in SAFETY, dove il tentativo di fare i conti con errori giovanili appare più come un gesto difensivo che come una reale presa di coscienza. È un passo avanti, sì, ma ancora timido, e insufficiente per un artista che pretende di parlare a nome di una generazione.

Per J. Cole, The Fall-Off è soprattutto un atto di fedeltà: all’hip-hop e a se stesso. Come scriveva sul suo blog, l’album nasce come “una sfida personale per creare il mio miglior lavoro” e come omaggio al genere che lo ha formato. Ma è proprio qui che l’operazione mostra i suoi limiti.

Se The Fall-Off dovesse davvero segnare la fine della carriera di J. Cole, resterebbe l’impressione di un addio incompleto. Non perché manchino talento o consapevolezza, ma perché l’album rinuncia a spingersi oltre i confini che l’artista stesso ha tracciato negli anni.

È la chiusura di una carriera straordinaria raccontata con lucidità, ma senza urgenza: non l’atto finale di un mito, bensì la scelta di un grande che preferisce consolidare il proprio posto nella storia invece di provare a riscriverla.